Mi sembra di star scrivendo un diario non un libro.
Nessuno lo leggerà mai, e rimarranno soli, i miei pensieri.
Oggi mi sento abbastanza depressa. Il peso dell’essere viva mi si riversa sulle ossa e mi strizza il cervello come una spugna.
Sono cosciente? Ma cos’è la coscienza? Non ne ho idea. Forse si può vedere come una consapevolezza. Ma consapevolezza di cosa?
Dell’essere viva? Io in questo momento mi sento più morta di Michael Jackson in Thriller.
E allora di cosa? Cos’è il concetto stesso di vita?

A volte mi sento soffocata da indifferenza e scherno e nasce in me il desiderio di nascondermi negli angoli più reconditi del mio essere. A volte invece cerco di sorridere e di scherzare, ma sono consapevole di essere solo una maschera vuota, sfinita dalla miriade di emozioni che mi sono sempre portata dietro e che hanno finito solo per farmi male. Ormai dietro la maschera non c’è niente.

Non c’è dolore.

Non c’è gioia.

C’è solo un enorme vuoto che mi sforzo di riempire giorno per giorno con esperienze e sorrisi, ma che come una secchiello bucato lascia scivolare via tutto rendendo inutile ogni mio sforzo.

Vivo ogni giorno come se fosse l’ultimo cercando di dimenticare il futuro come fosse una cosa lontana e irraggiungibile, vivo al secondo e mi distruggo in questa consapevolezza.

Pezzo per pezzo la mia mente si distrugge trovando conforto solo in azioni senza senso che mi vengono tolte per il mio bene ma senza le quali vivo una vita in perenne astinenza.

Mi rifugio ancora in storie con un lieto fine illudendomi che un giorno anche io avrò la mia felicità.
Sono sempre stata brava a mentire a me stessa.

Consolata, vedo i pezzi della mia misera autostima andare in frantumi ancora più piccoli e fini quando le persone lasciano vagare lo sguardo su di me con aria divertita, giudici severi e ingiusti.

Perché c’è una differenza sostanziale tra me e i personaggi che ammiro. Loro sono intelligenti, a volte forti, a volte teneri, diversi e hanno tutti una qualità da ammirare.

Nella realtà io non sono un personaggio dei fumetti. Non sono intelligente. Non sono atletica. Non sono simpatica né bella. Ma sono diversa.

Non diversa in quel modo che fa spalancare gli occhi dallo stupore e viene ammirato.

I miei compagni mi chiamano strana. Perché non faccio musicaly.
Perché sono intelligente ma non colta.
Perché non mi apro e sto sempre da sola.
Perché amo il silenzio in un mondo che non smette MAI di far rumore.

La lista potrebbe continuare.
Perché sogno in grande anche se sono piccola e insignificante.
Perché mi vesto con magliette e maglioni sformati e dalle trame improbabili.
Perché rido alle battute anche se non mi piacciono e ci rimango male quando gli altri non mi calcolano.

Perché sono una sagoma di sfondo nelle vite degli altri, ma soprattutto della mia.

Non voglio.
Non voglio morire.
Non voglio morire sola.

“Non lasciarmi!” grido ogni notte a qualcuno che non c’è e non c’è mai stato.

Quando i miei eroi moriranno e le fiabe e i sogni non saranno più sufficienti a tenere in piedi quel che è rimasto di me, cosa succederà?

Domande che non avranno risposta, urlate in uno spazio vuoto dove le mie parole rimbombano, ferendomi le orecchie, la mente, il cuore e gli occhi.

Lacrime mai versate che si accalcano sull’orlo del precipizio in attesa di venir liberate, ma che prigioniere di quel comandante crudele che è l’orgoglio sono costrette ad ammucchiarsi le une sulle altre pazienti ma desiderose di libertà.

Fa male riconoscersi in frammenti di specchio, e l’urlo che lancio, che lanciamo noi tutti che continuiamo a sopravvivere in un mondo che ci vede come errori, “Non mi importa, sto bene, le risate alle spalle non fanno male, sono abituata” è solo una bugia gonfia di parole non dette.

Certo che fa male. Certo che soffriamo. Chi giudica e ride alle spalle sono sicura che non ha mai subito lo stesso trattamento o terrebbe la bocca chiusa.

Gli insulti detti a bassa voce con la compagna di classe, tra i banchi di lavoro o gridati al mondo intero si incidono sulla pelle e non se ne vanno più via se non con comprensione e tenerezza.

Ma chi vorrebbe dare il suo amore a qualcuno che ha tatuato sulla fronte stupida, grassa, scema, inutile? Per quanto siano commoventi le storie in cui il o la protagonista trovano delle persone capaci di aiutarli e amarli per quello che sono, purtroppo nella realtà non funziona cosí.

Non ci credete? Pensata che c’è qualcuno per tutti, da qualche parte?

Ebbene allora provate voi a fare il primo passo, a parlare con la sfigata di turno, o con il brutto mal sopportato.

Andate contro i pregiudizi e quando si rivelano corretti continuate a scavare, perché ciò che gli altri pensano di noi si attacca come una seconda pelle.
Se tutti ti dicono fin da piccola che sei un mostro finisci con il diventarlo.

E allora combattete.

Non lo farete vero?

Come pensavo

E anche se non vorrei illudermi che almeno qualcuno dopo aver letto queste righe rifletta e si fermi a pensare al male che fa o che subisce, non posso fare a meno di sperare.

Per tutte le persone sole, apatiche e tristi voglio dare solo un messaggio.

Non siete i soli a soffrire.
Non siete soli.

Voglio illudermi, voglio credere, voglio mormorare e poi GRIDARE A QUESTO CAZZO DI MONDO CHE NO.

Non mi ha ancora buttato completamente giù. E non ci riuscirà tanto facilmente.

Note della depressa

Ehi! Ciao…
Qui è Panina.
Questo… è un piccolo sfogo scritto in un attimo di straordinaria stanchezza, un piccolo momento di caotica quiete.
So che non sono una scrittrice sensazionale e mi dispiace se affliggo il mondo con tutto quello che scrivo.
Ma le parole sono vere. Sono reali.

Questo robo è un unione tra due eventi che mi hanno fatto pensare molto: la giornata contro la violenza di Sabato e il nuovo video  uscito oggi doppiato dagli Orion — web dubbing (che sono semplicemente stupendi).

La mia prof.ssa di italiano, quindi, ieri ha rimproverato una mia compagna di scuola perché non studia moltissimo, e a me un pò dispiaceva perché só che vuol dire.
All’improvviso però si è fermata e ha chiesto il significato della spilla rosa che la mia compagna (che chiamerò Domitilla) portava sul petto.
Lei ha risposto dicendo che l’aveva comprata da degli studenti che racimolavano soldi da donare a un centro contro la violenza sulle donne, e per fare questo vendevano quelle spillette.

La prof.ssa ha guardato Domitilla e ha detto “Domitilla (non ha detto veramente Domitilla) , quella spilla ha un bel valore e sicuramente ti fa onore, ma sai perché principalmente le donne per tanto tempo sono state soggette ai voleri dell’uomo senza possibilità di appello? Perché erano considerate semplici strumenti per fare figli, e per questo donne forti hanno combattuto in nome del diritto di avere un opinione tutta loro, di essere viste come vere persone e non come oggetti, di andare a scuola. E tuttora non tutti i paesi del mondo hanno raggiunto questo obbiettivo importantissimo. Non studiando butti al vento quest’opportunitá e allora non serve una spilletta per dimostrare il tuo dolore verso queste ingiustizie se manchi di fatti.”

E poi non l’ho ascoltata più perché mi annoiava. Oggi però vedendo quel video con la voce di Gian calato in quello che diceva al 100%, mentre urlava “AVEVANO TORTO” mi ha fatto pensare che ho urlato anche io tante volte.

E che a volte serve sapere che qualcuno là fuori soffre quanto me. Aiuta a non sentirsi soli, anche quando il tuo migliore amico nella vita reale è il pupazzo che ti porti dietro da quando eri bambina e quelli  nella tua mente sono rappresentazioni di quello che per te è lo Ying e lo Yang, con volti presi da personaggi di videogiochi.

Anche allora se chiudo gli occhi posso pensare che qualche speranza c’è forse, anche per una come me