Antonella è morta per bullismo o cyberbullismo?

La risposta breve è NO. Molto probabilmente era depressa. Sicuramente era disperata.

La risposta lunga la trovate di seguito.

Dall’inchiesta, archiviata, non è emerso nessun indizio di istigazione al suicidio. La famiglia ha letto attentamente gli atti, e la sua opinione è che non sono ravvisabili condotte riconducibili al bullismo.

Per comodità riportiamo la definizione di Wikipedia:
Il bullismo è una forma di comportamento sociale di tipo violento e intenzionale[1], di natura sia fisica che psicologica, oppressivo e vessatorio, ripetuto nel corso del tempo[1] e attuato nei confronti di persone considerate dal soggetto che perpetra l’atto in questione, come bersagli facili e/o incapaci di difendersi[1].”

Soprattutto Antonella non ha dato a nessuno la colpa di quel che ha fatto, e avrebbe avuto tempo e modo di farlo. La famiglia ha sempre rispettato questo suo ultimo volere, e lo rispetterà sempre.

Antonella, nel suo “Sono un panino”, e in altri scritti precedenti, ha scritto di sentirsi una “sagoma di sfondo nelle vite degli altri”, una che chiamano “strana”, alle cui spalle qualcuno ride senza rispetto. Non ha scritto di bullismo, e avrebbe potuto farlo, ma di mancanza di attenzione, di sentirsi messa da parte perché “diversa” dalla massa. E questa condizione andava avanti da tanto tempo, con alti e bassi.

Avrebbe voluto molto più amore di quel che ha avuto.

Anto in un momento in cui stava malissimo ha invitato TUTTI a fare il primo passo verso chi soffre o è isolato. E questo “primo passo” viene molto prima del bullismo, è un invito al rispetto per la sensibilità altrui, è un invito ad interessarsi di chi ci sta accanto, è prendersi cura (vi ricordate “I care” di Milani?), è non ridere alle spalle ma avere a cuore chi ci sta vicino. Se questa disposizione d’animo manca, la porta per il bullismo è aperta.

Come associazione ci teniamo MOLTISSIMO a questa precisazione, perché abbiamo paura che mettere l’etichetta del “bullismo” alla storia e alle parole di Anto significhi limitarne la portata, ritenere che non ci riguardino. Un adulto infatti difficilmente si sente un “bullo”, e anche tra i ragazzi, mentre è facile identificarsi nella vittima, è molto più difficile capire che si è nella condizione di fare del male o del bene a chi sta accanto anche semplicemente con l’attenzione e il rispetto.

Le parole di Anto, insomma, ci riguardano tutti.

Anto ha scritto di essere depressa, e molto probabilmente lo era. Sicuramente era profondamente disperata. Tutto quel che ha vissuto di negativo è stato amplificato da questa condizione, che lei ha nascosto a tutti. Per questo teniamo tanto a diffondere il suo ultimo messaggio: “Non siete soli“. Lei non è riuscita ad applicarlo a se stessa, a tirarne le conclusioni e a chiedere aiuto; noi vorremmo che tanti invece nel non sentirsi soli, strani, difettosi, trovassero la forza di parlare. Vogliamo che si prendano cura di se stessi, perché valgono, e molto.

Detto questo, siamo disponibili a partecipare ad incontri sul bullismo? Certamente, e lo abbiamo già fatto, perché in un ambiente in cui c’è il rispetto e l’attenzione per l’altro, in cui le parole di Anto “andate contro i pregiudizi“, “fate il primo passo“, vengono applicate, non può esserci nessuna forma di bullismo.

Gli obiettivi della associazione sono espressi chiaramente nello statuto, del quale si riporta qualche stralcio:

L’associazione vuole rendere quanto più possibile pubblico il dibattito relativo alle frequenti situazioni di disagio e sofferenza –spesso vissute in totale solitudine- al fine di diffondere, soprattutto tra gli studenti delle scuole secondarie, un messaggio circa la opportunità e la proficuità dell’affrontare tali stati d’animo in modo condiviso e quindi corretto, alleggerendo il carico di tensione individuale.

Gli obiettivi, in sintesi, sono sia aumentare la consapevolezza dell’importanza dell’empatia e della ricchezza delle diversità, sua invitare chi soffre a lanciare senza paura il suo grido di aiuto.

L’ associazione intende anche fornire, attraverso l’organizzazione di incontri, seminari, corsi di formazione – per i quali potrà farsi riferimento anche a competenze esterne all’associazione –, strumenti agli operatori del mondo della scuola, delle associazioni sportive e di centri aggregazione giovanile, al fine di prevenire e/o individuare precocemente situazioni di sofferenza.”

Il Consiglio Direttivo.