Circa dieci anni fa, ho affrontato per cinque mesi una condizione di profondo malessere psicologico. Una vicenda traumatica aveva fatto irruzione nella mia quotidianità portando a galla punti di forza e di debolezza nascosti.

Non ne ho mai parlato. Le persone che ne erano al corrente erano pochissime, nonostante frequentassi ambienti nei quali difficoltà di quel tipo non erano certo rare. Scelsi di non rendere quella faccenda un alibi, né allora né dopo, né soprattutto un peso per chi mi stava attorno, di continuare a vivere la mia vita, a dare il massimo, nonostante un problema che risultava a tratti paralizzante. Devo anche esserci riuscita abbastanza bene: nessuno se ne accorse e fui immensamente grata per questo. Pur avendo lasciato, com’è purtroppo normale che sia, un tributo di sogni e rapporti in quel vortice, la voglia di tornare a stare bene, la vicinanza di alcuni parenti e amici fidati e l’inizio di un’esperienza di militanza mi hanno salvata: la fame d’aria è andata via e non è più tornata. Ho avuto così la possibilità di continuare a lavorare su me stessa non più per superare un ostacolo, ma perché ho imparato quanto è importante coltivare un benessere non solo fisico, ma anche psicologico.

Perché allora scriverne oggi, a distanza di tanto tempo e nella consapevolezza che fortunatamente si è trattato solo di un tratto di strada in salita? La ragione è semplice: all’epoca promisi a me stessa che non ne avrei mai parlato se non a persone che, vivendo la mia stessa situazione, avrebbero potuto trovare conforto in una storia a lieto fine, che racconta semplicemente che la vita può metterci davanti a sfide difficili, ma che non per questo è meno meravigliosa.

Non entrerò nei dettagli del come ho affrontato quel cammino. Posso però dire che, pur avendo trovato quasi del tutto in autonomia la strada per farcela, un punto di riferimento importante per me fu comunque il reparto di Neuropsichiatria infantile del Policlinico di Bari. Non sono, insomma, mai stata sola e nessuno dovrebbe esserlo in situazioni come quella: in un percorso che volevo fosse solo mio, sapevo che avrei sempre trovato qualcuno alle mie spalle, se ne avessi avuto bisogno.

Oggi invece ho letto l’allarme lanciato dalle colonne de la Repubblica dalla Professoressa Lucia Margari, Direttrice di quell’unità operativa, rispetto all’emergenza psicologica esplosa negli ultimi due anni. Sono tantissimi i bambini e i ragazzi ai quali, a causa della riorganizzazione delle strutture sanitarie per far fronte alla crisi pandemica, quel punto di riferimento viene negato e per i quali farcela da soli non è una scelta, ma l’unica opzione se si vuole tornare a stare bene.

Non si può tacere davanti a una simile ingiustizia. Per questo è importante parlare di salute mentale, trovare nuove soluzioni come la figura dello psicologo di base, trasformare le scuole in presidi di welfare. Per questo è importante non rassegnarci mai alla prospettiva di una generazione abituata a convivere con dosi massicce di ansiolitici e antidepressivi, all’odioso tasso di suicidi tra i giovani, a quella parte del sistema formativo che sostiene che l’ansia sia necessaria per l’apprendimento. Per questo è importante superare lo stigma, rispettare sempre le scelte e le storie degli altri, ricordarci che la ricerca della felicità è un diritto.

La battaglia per una società più giusta passa anche da qui.

Giulia Iacovelli