Ospitiamo la testimonianza di Erica, sopravvissuta in prima persona ad un tentato suicidio.

Le sue parole sono forti, anche disturbanti a volte, e gettano luce su una realtà che non vorremmo vedere, la sofferenza di chi ci lascia. Per noi è una sofferenza difficilmente comprensibile, non riusciamo a capire come l’enorme mare di possibilità del futuro possa ridursi ad una gelata distesa desolata.

“Se una persona decide di morire è perché nemmeno lo vede un futuro. Per lei non esiste.” dice Erica, e Antonella scriveva “Vivo ogni giorno come se fosse l’ultimo cercando di dimenticare il futuro come fosse una cosa lontana e irraggiungibile”.

La richiesta di Erica penso sia chiara: c’è bisogno di attenzione, di considerazione, di non ignorare il dolore di chi incontriamo, anche se ci sembra insopportabile e impossibile da affrontare. “Prendetevi cura adesso”! Non rimandiamo.


Sopravvivere

-da una che è sopravvissuta.

Disclaimer: ciò che ho scritto è fortemente influenzato dalla mia storia di vita, da ciò che io ho vissuto e provato. Ovviamente ci sarà qualcuno che si trova in disaccordo con le mie parole, che ben venga. Potremmo creare un dialogo costruttivo.

Cosa significa sopravvivere ad un tentato suicidio?

Sicuramente nella sua accezione più elementare: non sei morto, vivi ancora, sei ancora qui sulla terra.

Ma quello che mi chiedo è: cosa soppravvive di una persona dopo aver tentato un suicidio ed essere stato salvato?

Il 4 agosto 2019, dopo anni di sofferenze, dopo anni di medicine, ho tentato il suicidio.

Non era la prima volta, ma sicuramente è stata quella più decisiva. Ho pensato “forse stavolta ci riesco davvero, forse muoio per davvero”.

Ma non è successo. Mi hanno salvata, lasciandomi in vita, con tutto ciò che questo comporta: essere salvato, per una persona che ha volutamente deciso di morire, non sarà mai facile da accettare.

Questa è la verità: odierò sempre quell’infermiere a cui, stringendo la mano, in lacrime, ho pregato “ti prego non salvarmi”, e lui lo ha fatto comunque, salvarmi.

Perché il dolore ti fa anche questo: ti occupa la mente con un unico pensiero, vedi tutto nero intorno a te, e l’unica luce che vedi in fondo al tunnel sono solo i fari di un treno che stai aspettando ti travolga in pieno.

Perché il dolore ti fa credere che morire sia l’opzione giusta, e che essere salvato ti porterà solo maggiore dolore.

Io lo chiamo “il dolore del sopravvissuto”.

Quando una persona tenta il suicidio spesso si parla di come chi gli sta intorno ne ha subìto gli effetti.

Genitori amici. Come se le vittime fossero loro. Come se il peso di essere sopravvissuto poggi sulle loro spalle e non sulle nostre.

E invece ricade tutto su di noi.

Ricade su di noi il terribile senso di colpa che ci fanno provare che trasuda a lettere cubitali dagli occhi di chi ci guarda: vogliono farti la fatidica domanda – perché? – e pretendono la risposta, si sentono come se tu debba chiedere loro scusa per aver rovinato l’equilibrio della loro vita. “Scusa mamma se volevo morire e ho osato farlo. Scusa se ho rovinato le vostre vite”.

Ricade su di noi il senso di responsabilità: è causa nostra se c’è nostra madre che piange accanto al letto di ospedale mentre combattiamo tra la vita e la morte. Avremmo dovuto pensarci prima. “Togliersi la vita non è ammesso perché bisogna sempre essere forti per gli altri. Non importa quanto tu stia soffrendo, devi resistere per loro”. È questo che ti chiedono. Una perfezione che non raggiungerai mai.

Ma la cosa peggiore che ricade su di noi sopravvissuti è qualcosa di cui mai nessuno parla, nessuno te lo chiede, a nessuno importa.

E ora te lo chiedo io Erica:

“Quanto pesa su di te l’aver tentato un suicidio, l’aver fallito, ed essere sopravvissuta?”

Io non sarò mai più la stessa dopo quel 4 agosto.

Salvandomi mi hanno detto “morendo non saprai mai cosa ti sei persa della vita che avevi davanti”.

Vi svelo un segreto: non mi importa. Se una persona decide di morire è perché nemmeno lo vede un futuro. Per lei non esiste.

I pensieri e il dolore che mi hanno portato a quel gesto sono ancora dentro di me.

Per me non è cambiato nulla.

È come aver avuto una seconda chance di vivere.

Ma, come immaginavo, non è cambiato nulla.

È stato solo 1 anno in più di dolore aggiunto ai precedenti.

Io non volevo questa vita. Non la volevo in questo modo.

Per me, il peso di essere sopravvissuta, è un peso enorme:

Provo la vergogna di dover spiegare agli altri cosa mi ha portato a voler morire.

Provo la vergogna di aver fallito.

Provo l’ingiustizia di essere stata costretta a vivere ancora quando io chiaramente volevo morire e nessuno ha messo in conto il mio dolore.

Provo l’insoddisfazione di star vivendo una vita che non è come gli altri mi dicevano sarebbe stata: la rinascita dicevano, ed invece è il solito buio di sempre, con la consapevolezza che questa volta non l’ho scelto io. Questa volta me lo hanno imposto, salvandomi la vita.

E ovviamente, il peso più grande: portare sulle nostre spalle anche le vite e le ragioni di chi invece è stato più sfortunato ed ora non è tra noi.

A volta ho paura che qualcuno che ha sofferto per un suicidio, mi venga a dire di zittirmi perché io almeno sono ancora viva e parlo. Come se fossi insolente di fronte al loro dolore e al fatto che qualcuno invece non è stato salvato.

Mi sento con le mani legate. Come se io non ho il diritto di parlare del mio dolore, perché qualcuno è morto e io sono ancora viva.

Provo un forte senso di “il mio è stato solo un tentativo di suicidio. Non sono morta. Non è valido. C’è chi è morto invece. Il loro suicidio ha più valore. Il loro dolore ha più valore”.

Come se agli occhi degli altri io fossi ingrata:

Una persona salvata che ancora vuole morire e che dopo un anno deve ancora accettare che qualcuno l’abbia salvata senza lasciarla morire.

Mi sento così: come se io debba vivere questa seconda chance di vita, che nemmeno volevo, per non disonorare coloro che una seconda chance non l’hanno avuta.

Tutti nelle mie condizioni si sentirebbero fortunati di essere stati salvati, e anzi. La società pretende da un sopravvissuto che in questo caso si senta fortunato di essere ancora vivo.

E invece io non mi sento fortunata, e mi dispiace per tutti coloro che sono morti, mi dispiace che io stia sprecando questa seconda chance che magari voi avreste saputo sfruttare meglio di me.

Mi dispiace che ad essere morti siete voi, che magari volevate ancora vivere, e non io, che vivo con l’unico desiderio di morire.

Mi dispiace avere avuto il privilegio di essere salvata e voi no.

Noi sopravvissuti ci portiamo addosso tutto questo peso:

Il peso del dolore dei vivi, il peso del dolore dei morti, il peso del nostro dolore.

Chiedetevi: quanto ancora a lungo potremmo resistere con tutto questo dolore che ci portiamo dentro come un macigno?

Chiedetevi: vi siete comportati nella maniera giusta con un sopravvissuto?

Chiedetevi: avete fatto tutto ciò che potevate per alleggerire il suo dolore?

Il problema di chi sopravvive è che poi resta solo:

Tutti che pensano a perché ha compiuto il gesto, e nessuno che pensa al perché in principio è arrivato ad una disperazione tale che l’unica soluzione possibile gli sembrava il suicidio.

Si vede sempre e solo il gesto, e mai il dolore.

E nessuno fa niente per sopperire a questo dolore, a questa solitudine.

E il sopravvissuto, spesso, finisce con il provarci di nuovo.

E non sapremo mai se anche questa volta ci sarà qualcuno a salvarlo.

Un appello a tutti: non aspettate che qualcuno ci provi per la seconda volta, prendetevi cura adesso. Mostrategli che la vita può essere bella anche dopo aver visto la morte in faccia ed essere SOPRAVVISSUTI.

Erica Ricciardi, 23 ottobre 2020 – 445° giorno da sopravvissuta.

Categorie: Testimonianze

1 commento

Isabella · 14/11/2020 alle 08:13

Io non ho vissuto esperienze dirette di suicidio o tentato suicidio…
Ma quel giorno, quando Anto si tolse la vita, io ero nel mio ufficio a un paio di isolati da lì…. Ricordo perfettamente lo strazio, il dolore man mano che le voci diventavano notizie…. Io ho due figli, e ricordo perfettamente che in quel preciso istante provai il vero terrore, e ricordo che quello che più di tutto mi faceva paura non era solo il gesto in sé, ma esattamente quello che racconta Erika, cioè la possibilità di non riuscire a capire il dolore così grande di un figlio, e che questo potesse portare ad una scelta così estrema ed irreversibile….
Da quel giorno anto fa parte del mio cuore, anche senza averla conosciuta, così come i suoi genitori a cui penso spesso dopo aver letto il libro…. Da oggi ci sarà un posto nel mio cuore anche per Erika, con la speranza che trovi in questo mondo qualcosa o qualcuno che Le dia un motivo più grande per scegliere ancora la vita.

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