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Diciamo STOP ai pregiudizi
Miriana Nitti – Maria Tetro
IISS Colamonico – Chiarulli Acquaviva (BA)

passi

è un ritmo preciso quello.
quello del cammino che un uomo compie
per tornare a casa.
è un tempo semplice quaternario.

è un ritmo sincopato:
le luci della strada,
il verde dei semafori,
i respiri della gente,
l’asfalto sconnesso.

è un ritmo vertiginoso:
le esigenze degli automobilisti,
i programmi televisivi dalle case,
i mendicanti ricolmi di vita,
l’orgoglio delle puttane,
l’ipocrisia di giacca e cravatta.

è un ritmo fiacco:
l’odore finto del fioraio,
il muso della luna,
il buon padre di casa,
il vuoto di un appartamento riempito.

è un ritmo lontano:
il buio della mia anima,
la solitudine del corpo,
l’alienazione della mente.

è un ritmo aritmico
quello di un uomo che
sopravvive.

Giulia Lopez
Liceo Classico Flacco – Bari

UN PASSO DIETRO

Credi che sia facile?
Notare la loro presenza
e dover cambiare strada?
Esco di casa,
guardo le strade, guardo le persone,
mi accorgo del vuoto attorno a me.
Mi immedesimo
in quell’asfalto,
con la testa chinata
per non sentirli,
per non vederli,
per non incrociarli.
Inizio a sentire quel rumore,
quei fischi e quelle risate,
ma non muovo la mia vista
da quell’asfalto.
Grigio, rovinato, sbriciolato.
Sono proprio io,
sono io quell’asfalto triste.
Quell’asfalto che guardo
attraverso un finestrin
mentre sono in macchina
con quegli auricolari
immedesimandomi in un film.
Quel film, che sarà la mia vita.

Mi giro tra i miei amici,
io sono distante e scrivo queste parole,
senza togliere lo sguardo da terra,
parole che risuoneranno
nella loro testa
appena le leggeranno.
Chissà cosa pensano,
chissà se mi osservano,
chissà se adesso si gireranno
e mi chiederanno il mio umore.
No, non lo faranno.
Troppo orgogliosi per farlo.
Hanno il coraggio
di sentirsi forti,
di essere invincibili,
ma mai
avranno il coraggio
di affrontarti e
chiederti sottovoce: “come stai?”

Piena di gente attorno,
ma nessuno accanto
Io,
un passo dietro voi,
vi guardo e vi osservo
non interagisco nei vostri discorsi.
Ma non ve ne accorgete?
Ma non vedete quella persona indietreggiare?
Ma non la vedete ad un passo indietro?
Ma perché è con voi?
Non avrò mai una reale risposta,
la solitudine è acida e silenziosa.
È quel pizzico di zucchero nel caffè,
passato inosservato e quasi non si sente.

Chi passa il peggio
non dimentica,
può solo voltarsi
e condividerlo con gli altri.

È semplicemente voglia di
non sentirsi mai più soli.

Claudia Scamarcia
IP Santarella – De Lilla Bari

Vittima di me stesso 

Intorno a me c’è una gran brutta aria, 
parola d’ordine: cattiveria volontaria, 
che mi riempie di soddisfazione 
perché del mondo mi sento padrone. 
Se camminando mi sento osservato 
dal mio colpo resti pietrificato. 
È dal profondo che mi sale 
questa gran forza naturale, 
pretendo rispetto per il capobranco 
che è capace di scalare il Monte Bianco; 
ed elogiarmi par spontaneo 
persino al più estraneo. 
Le mie vittime sono i più deboli 
perché di innocenza son colpevoli, 
nell’angolino si nascondono 
e al richiamo non rispondono 
grande piacere mi reca, 
dar qualche sberla in discoteca 
dove mi posson acclamare 
e con grande invidia guardare. 
In verità mi sento solo 
perché il mio dolore non nasce dal perdono. 
Il mio è un dolore profondo 
che nessuno comprende al mondo, 
ed io ho bisogno di riversare 
sulla prima vittima sacrificale 
ma la prima vittima sono io 
e non mi perdona neppure Dio. 
La violenza ho conosciuto
per non sentirmi più perduto
ma quando spacco, picchio, abbatto
non sono appagato affatto
vorrei che qualcuno mi tendesse una mano
per togliermi questo volto disumano,
questa corazza apparente
che in verità mente.
Nessuno potrà scorgere dietro la ferrea armatura
quella che realmente è la mia autentica natura
perché gli astanti esalteranno solo il gesto
trascurando bensì tutto il resto. 

Francesca Boffoli
Liceo Scientifico Fermi – Bari

UN SENTIMENTO UMANO: LA SOLITUDINE

Cos’è la solitudine? La solitudine è l’esclusione da ogni rapporto di presenza o vicinanza altrui desiderato o ricercato come motivo di pace o di raccolta intimità, oppure sofferto in conseguenza di una totale mancanza d’affetti,  di sostegno e di conforto.

Questa la definizione se si cerca in un dizionario qualunque, ma la solitudine è ovviamente qualcosa di più profondo, radicato nell’animo umano, qualcosa che non può scomparire del tutto, ma può solo presentarsi e scomparire, ripresentarsi e scomparire ancora nei vari periodi della vita di un uomo.

La solitudine ti coglie nei momenti che meno te l’aspetti, ti prende e , come se avesse delle ventose, si attacca a te e non ti lascia più.

Durante questo anno tormentato dalla nuova pandemia da Sars-Cov2, tutti noi abbiamo sofferto di solitudine, e tutte le differenze sociali si sono acuite, creando un enorme divario, causa dell’incremento della solitudine.

Infatti, come metodo per ridurre le infezioni da Covid-19 è stato utilizzato proprio il distanziamento sociale, e per chi già viveva una situazione di isolamento, questo non ha fatto altro che peggiorarla, inoltre l’impossibilità di uscire, se non per comprovate motivazioni, ha reso impossibile la vita a tutti coloro che sentendosi terribilmente soli, si sono visti precludere la possibilità di uscire, e hanno dovuto passare due mesi, chiusi fra quattro mura, ancora più torturati dal pensiero che se prima c’era anche una minima speranza di incontrare persone, ora c’era la certezza che sarebbe stato impossibile fare nuove conoscenze.

La solitudine è una terribile malattia, se così vorremmo definirla, è qualcosa che ti fa sentir solo anche in mezzo ad una folla di persone, qualcosa che ti fa sentire distaccato dal mondo, diverso da quello che ti circonda.

Quando si è soli, quindi quando non si hanno rapporti con alcun tipo di persona, si cambia, si impara ad apprezzare ogni piccola cosa, si inizia a guardare al mondo esterno con occhi diversi, si diviene “gelosi” di ogni forma di affetto vista per strada, in tv o in qualunque altro posto si possano vedere abbracci, strette di mano, baci e pacche sulla spalla, perché in quei momenti vedi i sentimenti altrui che vengono condivisi in confronto ai propri che sono chiusi nell’animo di una sola persona e che fanno fatica ad uscire, che vorrebbero, ma non possono uscire.

La solitudine può essere spesso la conseguenza dell’emarginazione,  dell’esclusione da un gruppo, ma può anche essere la conseguenza di una propria scelta, o perlomeno di un allontanamento personale, spesso ci sentiamo diversi dagli altri, ma a noi stessi piaciamo così, allora, poiché non vogliamo “trasformarci” in qualcosa di diverso da quello che siamo realmente,  ci allontaniamo da qualcosa o qualcuno, preferiamo darci alla solitudine, preferiamo aspettare in un angolino che la persona giusta per noi venga a trovarci, decida di lasciare la via maestra per venire da noi, rintanati in un vicolo cieco, piuttosto che combattere e rimanere noi stessi nonostante le influenze altrui; invece no,  le persone non piovono dal cielo, sono rare le fantastiche scene dei film in cui grazie ad un accidentale incontro nasce la più grande storia d’amore o amicizia mai vista al mondo; se davvero si vuole qualcosa bisogna lottare per ottenerla, poiché nascondersi non risolve i problemi, far finta di non vedere, far finta di essere indifferente non è la soluzione, anche perché siamo esseri pensanti e la finzione non può durare a lungo.

Spesso la solitudine viene sottovalutata, si pensa che vivere da soli possa far piacere, possa dare serenità, e ciò può esser considerato vero per un piccolo periodo di tempo o comunque per una piccola percentuale di popolazione, che ama la vita da lupo solitario, ma a nessuno, generalmente, piace star solo.

Tutti coloro che soffrono di solitudine faranno fatica ad ammetterlo, non affermeranno mai di sentirsi soli, incompresi, di sentirsi come pesci fuor d’acqua, anzi, continueranno a dire fermamente che è una loro scelta di vita, che sono impegnati su altro o magari daranno la colpa al destino e chiuderanno qui l’argomento:ma in fondo è così, come si può pretendere che una persona parli della sui solitudine? Perché la solitudine è comunque conseguenza di una incomprensione, gli inglesi direbbero che qualcuno che si sente solo è  in uno stato di “loneliness”, uno stato avente delle differenze, seppur piccole, dalla “solitude”, infatti per gli inglesi quest’ultima è semplicemente la condizione di separazione dagli altri, che non causa sempre il sentirsi soli, invece la “loneliness” è proprio l’isolamento e quindi il conseguente sentirsi soli.

Questa distinzione che fanno gli abitanti d’oltremanica, seppur sottilissima, credo che sia molto importante per capire la differenza che intercorre tra lo stare soli e il sentirsi soli.

Secondo recenti studi, negli ultimi 10 anni il livello di solitudine è aumentato, anche a causa della tecnologia, che apparentemente sembra unirci, ma non è così.

Sicuramente durante questo terribile periodo di Covid-19 le nuove tecnologie hanno permesso di portare avanti l’istruzione che, altrimenti, si sarebbe fermata ad un anno or sono, queste hanno altresì permesso di vedersi, seppur attraverso uno schermo,  e dobbiamo esserne grati, dato che hanno fatto in modo che le relazioni potessero continuare anche a distanza, ma, in tempi migliori la tecnologia divide,  e fa sì che venga preferita la videochiamata all’incontro di persona.

Molti dicono che le nuove tecnologie annullano le distanze, io oserei dire che annullano le emozioni, perché dietro gli schermi è più facile fingere, è più semplice impostare un bellissimo sfondo, mettere un paio di filtri per farci apparire con un sorriso smagliante anche se dentro stiamo per scoppiare a piangere, perché sono fermamente convinta che niente si possa scambiare per un abbraccio di un amico che ti consola mente il mondo sembra crollarti addosso o remarti contro.

Vorrei infine concludere dicendo che la solitudine, come mille altre cose, è un fenomeno che andrebbe combattuto, perché forse è il sentimento che si tende a mascherare di più, il sentimento più difficile da esternare.

Raffaella Piccininni
Liceo Classico Flacco – Bari

Marianna Cacucci
Liceo Cartesio – Triggiano (BA)
Vito Falco
Liceo Cartesio Triggiano
Soffocare nell’indifferenza
Maria Cristina Di Palo
Liceo Scientifico Fermi – Bari

Sentire il silenzio

Sicura di non riuscire a provare più nulla
Mi concentro sul vuoto.
Un’emozione insistente e universale,
l’unica sensazione presente sulla Terra ,
l’unica che sembra essere reale.
Che cosa sono?
Sono un corpo vuoto
che ha in testa una corona di pensieri confusi
sono un corpo vuoto
che giace su un trono di parole spezzate.
Sono la regina di una supremazia inerme
Sono una tela che aspetta di essere macchiata.
Penso di stare bene,
ma sono solamente distratta.
Vedo tutti cambiare, io sono ancora qui.
Ho paura di mostrarmi, di scomparire alla luce del Sole
La sensazione di smarrimento
La voglia di sentirsi qualcosa
La voglia di smettere di esistere,
e cominciare a vivere.
Il corpo è circondato da sensazioni,
ma la mente si sente sola.
Ed io ho un peso sul mio cuore
che sa tanto di ansia, angoscia, paura, silenzio.
Troppo giovane e bella per affrontare la forza dei pensieri.

Chiara Paparella
Liceo Classico Flacco – Bari

LA FORZA DI RIALZARSI

Non tutti riescono a sentire
quel silenzio assordante,
quel velo di malinconia
che ti stringe
facendoti mancare il fiato.

La solitudine è anche questo,
ci fa perdere la testa
incominciamo ad avere dubbi
sugli altri e su noi stessi
ci colpisce, ci rende deboli
facendoci cadere nell’oscurità…
e incominciamo ad indossare maschere
per nasconderci dagli altri,
ma è questo il momento.

Dove devi combattere
per cambiare il tuo destino,
perché tutto deve ancora avvenire.

Nicola Pantaleo
IISS Marconi-Hack

RAGAZZI IN GABBIA

“La solitudine uccide. Ma quando sei circondato da amici quasi non credi come e quanto possa essere devastante.”

Siamo adolescenti. Adolescenti un po’ bambini alla ricerca di compagnia, di amici, di divertimento… Questo è tutto ciò che un ragazzo desidera in un periodo come questo. La realtà di oggi, da ormai più di un anno, è formato da mura, schermi, videochiamate che ci fanno sentire quasi isolati dal mondo.

Pensiamo e ripensiamo a tutti i momenti in cui non avevamo paura, quando ci divertivamo spensierati, abbracciati alle persone a noi care. Quell’abbraccio così innocente che è diventato un pericolo. Abbiamo bisogno di un mondo a colori, non diviso per zone che siano rosse, arancioni o gialle ma di un mondo arcobaleno che magari, possiamo trasformare in emozioni.

Spesso penso a quanto il mondo possa essere variopinto tra tutto ciò che proviamo. In una semplice stanza possiamo trovare tante tonalità  che siano viola come la paura, rosse, l’amore, giallo della felicità, verdi per ogni speranza di tornare alla normalità… Ognuno di noi è un sentimento. C’è anche chi ne prova più di uno nello stesso momento ma pensiamo come potremmo essere in compagnia, con i nostri colori. Potremmo creare un dipinto difficile da dimenticare. Creeremmo il nostro dipinto. E chissà quanti ce ne sarebbero nel mondo, che quadro verrebbe fuori mettendo tutto insieme! Ecco, insieme. Qualunque cosa facciamo, speriamo di farla con qualcun altro. Non riusciamo a restare chiusi nella nostra stanza con noi stessi. Non sappiamo rimanere fermi ad ascoltarci, senza fare altro. Ci sentiamo a disagio nello stare con la nostra personalità, i nostri colori. Ci rinchiudiamo in un mondo che possa farci sentire bene, tra le parole di una canzone, che magari rispecchiano quello che proviamo in un determinato momento o che sembra raccontino la nostra storia. Tendiamo sempre a rivedere in ogni canzone un piccolo pezzo della nostra vita e ci piace ascoltarlo, riviverlo.

Ci rinchiudiamo nella nostra camera alla ricerca di qualcosa che ci faccia star bene. Un libro, playlist, disegni, un qualunque hobby.

Restare soli è una sensazione che alcun adolescente vuole vivere. Ci si può sentire soli in tanti modi e questo penso sia il periodo in cui ci sono più ragazzi soli di quanto si possa immaginare. Il COVID ha distrutto gran parte della nostra vita, la più importante. Qualsiasi tipo di relazione viene ormai vissuta tramite un cellulare. Si vive ogni giorno nella speranza di tornare a riabbracciare qualcun altro. Speriamo ogni giorno di più in quel decreto, in quella zona gialla che può portarci dalle persone che vogliamo al nostro fianco.

Arriva poi il momento in cui ascoltiamo quanti contagi e quante morti ci siano al giorno e speriamo in un domani migliore. Speriamo in un annuncio di fine della pandemia,in quel ritorno. Siamo in una realtà in cui la speranza è l’unica cosa che ci aiuta a combattere. Vogliamo un mondo senza zone, senza restrizioni. Un posto sicuro. C’è solo il momento, l’istante.

Non ho mai creduto nell’istante. Ho sempre vissuto la mia vita pensando a divertirmi. Non ho mai tenuto a mente il valore del tempo, il valore di una stretta di mano, di ogni singolo gesto. Adesso pagherei per rivivere tutto con la consapevolezza che anche un piccolo gesto non è così scontato, che anche quella voce che ti sussurra all’orecchio, quella risata, quel pianto, quella lamentela, tutto ciò che amiamo o odiamo, non è roba da nulla. Abbiamo avuto la dimostrazione che dall’avere tutto, possiamo finire il giorno dopo a non avere nulla di tutto ciò che abbiamo sempre avuto.

Dobbiamo imparare, io per prima, ad apprezzare tutto ciò che ci circonda e a prendercene cura. Magari, una volta aver capito quanto sia importante ogni singolo gesto, potremmo provare a farlo capire agli altri, a partire da chi ci è vicino. Abbiamo perso l’abitudine di parlare, di dire ciò che sentiamo, di dire quel “ti voglio bene” anche alla persona che ci ama più al mondo, ai nostri familiari. Quelle tre paroline, quelle dodici lettere che valgono più di un milione di parole dette a caso.

Questa situazione probabilmente ci ha aiutati a tenere stretti quelli che sono i valori della famiglia, ha migliorato i nostri rapporti rendendoci più uniti ascoltandoci un po’ di più a vicenda. C’è anche chi ha imparato a confidarsi, chi ha imparato a dare una mano vedendone il bisogno. Insomma, questa quarantena non è poi così male… una volta tornati alla normalità dovremo cercare di conservare tutto ciò che abbiamo vissuto, nel bene e nel male. Dobbiamo continuare a prenderci cura di noi stessi perché noi siamo vita. Siamo quel che viviamo. Siamo noi i piloti di questo viaggio, dobbiamo solo capire quale sia il modo migliore per spiccare il volo verso il percorso più corretto.

Una volta tornati alla normalità dobbiamo imparare il valore del tempo. Spesso mi fermo a pensare ad un testo di Lorenzo de Medici, “Bacco e Arianna” in cui l’autore vuole far capire quanto sia importante vivere ogni istante. Ci ho riflettuto spesso e continuo a pensare a quanto ogni minuto, ogni secondo della nostra vita sia così tanto importante. Vivere la vita con rancore, senza osare, rendendoci tristi, non ci fa vivere davvero. Dobbiamo imparare ad essere felici anche nei momenti più tristi. Non sappiamo mai quale sarà il nostro ultimo giorno, anche di libertà. E così è stato. Abbiamo perso tempo come fosse qualcosa di scontato ed improvvisamente ci siamo ritrovati rinchiusi, alla ricerca del tempo, della libertà, alla ricerca della felicità.

Credo che un amico sia ciò di cui ognuno ha bisogno in un momento come questo. Ci si confronta, confida, si trascorre del tempo insieme nel migliore dei modi. Un amico è parte fondamentale. Senza di lui che fine faremmo? Con chi ci confronteremmo? Rimarremmo soli fissando il vuoto a cercare di capire come trascorrere quel tempo vuoto che solo un amico può colmare, affetto che faccia star bene. È questo ciò di cui abbiamo bisogno. Teniamoci per mano anche a distanza e rimaniamo uniti.

Rosa Silvia Mancazzo
Liceo Classico Sylos – Bitonto

Blanc et Rouge
Francesco Di Fino
IISS Da Vinci Maiorana – Mola di Bari
Della Solitudine Dei Fiori Ed Altri Incantesimi
1^B Liceo Scientifico “E. Fermi” – Bari

Una Parola

Francesco è un ragazzo allegro, solare e pieno di vita.

Frequenta l’ultimo anno delle scuole medie, ha tanti amici, è felice. Ama la sua famiglia ed è amato. Ha la passione per il ballo, danza continuamente e crea delle coreografie meravigliose ispirate quasi sempre alla natura, al sole, al mare, perché Francesco è luce.

Inizia il liceo e Francesco è entusiasta di questo nuovo percorso. Ha scritto su dei bigliettini insieme a sua sorella alcuni buoni propositi. Li ha riposti in un barattolo e conservati in un cassetto. Arriva il primo giorno di scuola, si sveglia presto e si prepara in fretta. È così felice! Giunge a scuola e conosce per la prima volta quelli che saranno i suoi compagni per cinque lunghi anni.

Tra le sue caratteristiche rientra anche la timidezza, purtroppo o per fortuna, e con molta fatica cerca di socializzare. Tornato a casa, la mamma fa le sue solite domande di routine: “Com’è andata a scuola?”, e lui come sempre risponde: “Benissimo, mamma!”. Ed era così la maggior parte delle volte, ma non quel giorno. Si colpevolizzava di tutto, di non essere riuscito a spiccicare parola, con nessuno. Ciò nonostante, disse tra sé e sé: “domani andrà meglio”.

Inizia un nuovo giorno e Francesco è molto ottimista. Arriva a scuola e saluta i compagni. Nessuna risposta. Entrano in classe e, come succede tra tutti i ragazzi della loro età, iniziano a scherzare, a ridere. E vorrebbe scherzare anche lui; anche Francesco vorrebbe ridere e far ridere gli altri, perché lui è solare, sa fare tante cose, ma forse non quella più importante: aprirsi con gli altri. Alle medie era più facile, forse perché aveva gli stessi compagni dall’asilo, abitando in un piccolo paesino di campagna. Ma ora, in una grande città, tutto era più complicato. Ma lui era felice, perché vedeva davanti a sé un futuro radioso pieno di gioia.

Passarono i giorni e la situazione non cambiò di molto. Ma un giorno in particolare gli restò impresso. Erano in gita, si trovavano tutti insieme in cerchio a ridere e scherzare. Era circondato da tante persone, ma lui si sentiva estremamente solo. Percepiva un senso di vuoto immenso, lacerante, quell’incapacità di esprimersi. Probabilmente aspettava un aiuto da qualche compagno, perché il suo silenzio urlava, urlava: “aiuto!”. Ma gli altri erano troppo occupati per sentirlo, troppo occupati per aiutare un amico in difficoltà, per capire il suo disagio. “Ma parli?”, gli dicevano.

Francesco era un ragazzo allegro, solare.

Francesco una vita non ce l’aveva più.

Alessia Ceci
Liceo Cartesio, Triggiano (BA)

Noi e nessun altro

È vero,la solitudine uccide.

La solitudine, più che uccidere fisicamente, uccide psicologicamente.

Arrivi ad un punto in cui ti chiedi il perché sei solo, il perché nessuno ti parla, il perché nessuno ti vuole.

Le risposte a queste domande alla fine sono sempre le stesse: ho un brutto carattere, faccio schifo, forse sono brutta e quindi non mi vogliono…

Iniziano così tanti complessi che, piano piano, portano a gesti che nessuno dovrebbe fare.

La cosa più brutta e soprattutto difficile, è ammettere che la solitudine la creiamo noi.

Siamo noi che escludiamo le persone portandole alla solitudine; siamo noi che facciamo credere a quella persona che è sbagliata; e siamo noi a portarla ad autoescludersi.

Tutto parte da qualcun altro e mai dalla persona stessa che viene esclusa.

Quindi, più che la solitudine uccide, oserei dire che coloro che creano la solitudine uccidono.

Gaia De Francesco
Liceo Cartesio Triggiano

Irene

Irene era una ragazza diversa dalle altre. Nessuno glielo aveva mai detto esplicitamente, ma lei ormai lo aveva capito. In realtà non aveva nulla di particolare: aveva gli stessi gusti musicali delle sue compagne di classe, vestiva secondo la moda del momento ed era discretamente brava a scuola. I suoi occhi erano azzurri come il cielo, talmente limpidi, che ci si poteva specchiare dentro quello sguardo amabilmente perso nel vuoto. I suoi capelli erano ricci e folti, ingestibili e insopportabili come i pensieri che ogni giorno le assillavano la mente. Ecco, Irene era diversa dalle altre ragazze, e quei suoi demoni interiori ne erano la causa.

Il nome Irene viene dal greco e nella mitologia greca, infatti, Irene è la dea della pace, come quella che Irene sapeva infondere negli altri ma non a sé stessa.

Aveva tanti amici, tutti bravi a chiederle consigli, ma nessuno disposto ad ascoltarla. Sul suo cuscino di notte piangeva perché non riusciva mai a sentirsi abbastanza, anche se per gli altri lei era esempio di “perfezione”, e si sa che le persone perfette non hanno bisogno di una mano. O almeno così pensavano gli amici di Irene a cui lei era sempre pronta a sorridere nonostante le stesse andando tutto male.

I suoi grandi maglioni nascondevano i segni dei tagli, quelli che disperatamente praticava sulla sua pelle quando era troppo in fondo all’abisso per capire anche lei come stesse. Quei segni la facevano sentire completa, come se tutto ciò che stesse provando si potesse mostrare sulla su pelle e la facesse sentire viva ancora per una volta. Quando guardava il sangue scendere a fiotti dalle sue vene e sporcare di rosso l’acqua del suo lavandino, si domandava perché lo avesse fatto. Ma si autoconvinceva che nemmeno lei lo sapeva e che farlo la faceva stare meglio.

E allora ecco che sulla sua pelle compariva un altro segno, e poi un altro ancora, fino a riempirle le braccia. A chi si accorgeva di quegli strani segni, Irene rispondeva che era tutto sotto controllo e che a procurarglieli era stato il gatto, che tra l’altro non possedeva. I suoi genitori, d’altro canto, erano troppo impegnati per accorgersene: sua madre era infermiera ed era sempre fuori casa; suo padre, invece, era partito un giorno di quattro anni prima e non era più tornato. Niente funerali per lui, non era morto; era solamente sparito un giorno e non aveva più fatto ritorno. Eppure Irene, dopo quattro anni, lo stava ancora aspettando. Lui solo avrebbe potuto portarla a capire, avrebbe potuto confortarla facendola sedere sulle sue ginocchia come quando era bambina.

Tante volte Irene aveva provato a dire a sua madre cosa sentiva realmente nel suo animo e che in cuor suo desiderava aiuto, ma era stata semplicemente liquidata sentendosi dire che era tutta una sua fantasia, una sua impressione, che stava bene e che non doveva fare i capricci. Irene non sapeva che dire e, affondando la testa nel suo cuscino, beveva le sue stesse lacrime che erano salate come l’acqua del mare che lei amava tanto.

Sì, lei era come il mare, spettacolare e confortante visto dall’esterno, ma sporco dentro e pieno di relitti. Irene era tanto attaccata alla sua via, ma il nero mare la chiamava, e così, in una calda mattina di ottobre, lei e il mare divennero una sola cosa, per l’ultima volta. Per sempre!

L’avrebbe amata la vita Irene e, chissà, forse l’amava.

Melissa De Bellis
Liceo Cartesio, Triggiano (BA)

Una terribile compagna di vita

La solitudine è stata una mia “cara” amica. Ho avuto il dispiacere di conoscerla per un lasso di tempo sufficiente a farmi capire come si sentono le persone che devono conviverci giorno dopo giorno, chi da più e chi da meno tempo.

Ti colpisce da dentro e si espande per tutto il resto del corpo, frantumando ogni singola parte dell’animo. È come se fosse una macchina che risucchia tutto ciò che c’è di buono e positivo in una persona, trasformandola in un essere in cui regnano emozioni e pensieri negativi.

C’è chi prova tristezza, chi rabbia, chi nostalgia, e addirittura chi non riesce a provare più niente. Fortunatamente, quest’ultimo non è stato il mio caso.

Durante la quarantena, cominciata nel mese di marzo del 2020, ho capito di essere sola già da molti anni e che la gente che mi circondava non era realmente interessata ad instaurare rapporti con me. L’unico sistema per poter rimanere in contatto con gli altri erano messaggi o chiamate, ma, nonostante ci sperassi, non ho mai ricevuto niente del genere, nemmeno dalle persone che reputavo amici con la “a” maiuscola.

Eppure, mi sono impegnata tanto per non gettare tutto al vento, ma questo interesse non è stato ricambiato. Ogni giorno che vivevo era monotono, privo di allegria e colmo di tristezza. La mattina e il pomeriggio seguivo le lezioni online dei professori, successivamente studiavo e infine trascorrevo tutto il mio tempo libero guardando film e serie tv al computer.

È andata avanti così fino al mese di giugno.

Dopo settimane, finalmente un giorno uscii insieme a mia madre, e per questo ero di ottimo umore. Non appena varcai, però, la soglia del portone del mio condominio, tutta la mia felicità svanì in un attimo vedendo gruppi di ragazzi che se la spassavano durante quella bella giornata di Sole. Quel quadretto mi restituì l’immagine di me: quello che non ero; quello che avrei voluto essere, e mi fece avvertire un senso di mancanza, di vuoto, di nullità.

Ecco, la solitudine è capace di ridurre le persone in questo stato, se non peggio. È capace di farci sentire inadeguati e molte volte ci spinge a cambiare totalmente personalità pur di farci accettare dagli altri, ma non da noi stessi. Ed è così che capita che ci si possa vergognare di comportamenti adottati pur di sentirsi parte del gruppo. Comportamenti che non ci appartengono e nei quali non ci riconosciamo. Comportamenti di una maschera che non siamo noi. E questo per non rimanere soli.

Ma nessuno deve violare la sua natura per essere accettato. Nessuno deve sentirsi escluso. Tutti meritiamo di avere qualcuno pronto a supportarci giorno per giorno per quello che siamo. Per tutti noi è importante avere qualcuno che faccia parte della nostra vita, indipendentemente dall’età che si ha, e nessuno merita di essere solo, neanche chi ci ha fatto stare male in passato.

Ad oggi convivo ancora, anche se parzialmente, con questa emozione devastante. Ci sono momenti in cui mi sento il mondo crollare addosso, altri in cui sono felice per davvero dopo tanto tempo.

So che un giorno vincerò questa battaglia contro la solitudine e, fino a quel momento, lotterò con tutte le mie forze per scacciarla definitivamente o anche solo per riuscire a conviverci senza soccombere.

Martina Zonno
Liceo Cartesio, Triggiano (BA)

Le amiche
Francesca Capone
IISS Liside – Taranto
Il mio stato d’animo
Rebecca Guitto
IISS LIside – Taranto

NUBE NERA

Ho provato a rappresentare con un disegno la solitudine.

“Cos’è la solitudine?”, mi sono chiesta più e più volte, tentando di dare una forma a questa amara parola.

Eppure in testa, fra mille pensieri, l’unica risposta che trovo è questa: la solitudine è una densa nube nera. Se dovessimo rappresentarla, si potrebbe scarabocchiare un foglio con una penna oppure con un colore nero.

È una nube nera che si insinua dentro il tuo corpo, prendendo dominio della tua mente e facendoti piombare in un buio pesto nel quale inizi a brancolare.

Mentre brancoli alla cieca, ti poni molte domande, ma a stento trovi risposte razionali. Inizi col chiederti se sia tu il problema, e che cosa tu abbia di sbagliato.

Poi inizi a costruirti idee e pensieri che messi insieme creano una scala che ti porta più in profondità.

Da fuori non la definisci “solitudine”, e pian piano, addentrandoti, la nube si fa più densa e la scala dalla quale sei scesa diventa solo un ricordo lontano.

Sei isolato, solo in quella nube, mentre quelle idee, quei pensieri, ti entrano in testa facendoti male e fornendoti una visione cupa e distorta della realtà. Cerchi la scala, ma è lontana.

Non gridi “aiuto”, capisci in cosa sei sprofondata e cerchi di uscirne, ma questa sabbia mobile ti trascina sul fondo. Non vuoi parlarne, credi di essere “il problema”, credi di essere sbagliata ed “un peso”.

Poi da lontano vedi un puntino giallo. Lo vedi proprio mentre passivamente stai per toccare il fondo.

“Cos’ è quel puntino?”, ti chiedi.

Le sabbie mobili si bloccano, tu tenti di vedere meglio “il puntino”. Il puntino si allarga, la luce si fa spazio nelle tenebre. Gli occhi bruciano: ti eri abituata al buio ormai.

Mentre la luce si avvicina, la sabbia d’un tratto svanisce. È una persona, un amico, un’ancora di salvezza. Si rompono le catene, quei terribili pensieri che facevano male come aghi sulla pelle.

“Non sei solo, sono qui per te “, sussurra.

La nube si ritrae, focalizzi la stanza e ciò che c’è intorno, i tuoi amici preoccupati . I pensieri e le scale svaniscono, la tua testa ricomincia a pensare lucidamente. Capisci la pericolosità delle domande che ti ponevi e quanto sia brutta la solitudine.

Capisci di non essere solo in realtà.

Capisci che c’è, nella nube nera, una lampadina: l’amicizia.

Alessia Quintili
Liceo Cartesio, Triggiano (BA)

LA SOLITUDINE

Erano le 7.55 di mattina quando sentii la sveglia suonare. Stava iniziando un’altra monotonissima giornata. Lavai il viso, misi una felpa e accesi il computer per partecipare alle videolezioni.

Le odiavo.

Risposi all’appello e poi accesi il telefono: cinquanta notifiche. “Giornoo!” “Avete studiato storia?” “Ciao amo, come va?” “Fede ti devo raccontare una cosa!!”. Risposi a tutti con gli occhi ancora semichiusi. Tantissime persone mi cercavano, eppure ogni mattina mi svegliavo e sentivo un vuoto, come se avessi perso tutto e fossi rimasta sola. Ogni mattina non riuscivo a respirare.

In realtà non mi sono sempre sentita così. Tutto iniziò quando persi quelle che consideravo le presenze stabili della mia vita, i miei migliori amici, ma soprattutto il ragazzo di cui sono innamorata… Certo, con il passare del tempo mi sono abituata alla loro mancanza, ma da quando sono andati via, è come se una parte di me fosse scomparsa.

Si svegliò anche mamma e mi chiese come stessi. Le risposi “Tutto bene”, come ogni monotonissima mattina, e ovviamente lei ci credette senza indagare oltre. Alla fine, come poteva essere che la sua bambina, sempre allegra e sorridente, stesse male? Mamma è tanto buona, ma vede solo quello che vuole vedere. Questo, però, non è un problema. So badare a me stessa.

Finite le lezioni, tornai in camera, mi buttai sul letto e scoppiai a piangere. Mi succedeva ogni giorno, perché prima, a quell’ora, lui mi chiamava e mi faceva sentire felice. Era l’unico in grado di farlo.

Fisicamente non ero sola, sia chiaro. Dopo ogni lezione mi chiamava Flavia per parlarmi delle sue giornate tutt’altro che monotone, però sentivo ancora quel vuoto nel petto che Flavia non poteva colmare. Nessuno poteva farlo. Forse è falso il mito secondo il quale chi ha tanti amici è felice, ed io da sempre sono stata giudicata per questo motivo: “Non lamentarti, hai tanti amici, parenti gentili. Non puoi dire di stare male, cosa vuoi di più?”.

Sì, è vero, ho tanti amici, ma ciò non significa che io stia bene, perché a volte si può essere felice anche con una sola persona che ti fa sentire davvero speciale, e triste con venti persone che escono con te, ti raccontano ciò che accade loro, ma alla fine non capiscono di cosa hai realmente bisogno. E io? di cosa avevo bisogno io? Beh, forse anche solo di un abbraccio, braccia tra le quali scoppiare a piangere senza essere giudicata, o magari solo di un messaggio, quello giusto; quello di qualcuno che mi portasse al mare e facesse svanire tutto il peso.

Passavo le giornate a guardare film, forse era la mia unica valvola di sfogo. Amavo immedesimarmi nei personaggi ed anche solo per un attimo riuscivo a non pensare a me. Non ero fisicamente sola, non lo sono mai stata, ma avevo un disperato bisogno di aiuto e nessuno sapeva darmene, o forse ero io che non sapevo chiederlo. Forse ero io che ad ogni “Come stai?”, rispondevo “Tutto bene”. O forse stavo solo cercando qualcuno che, anziché rispondere “okay”, mi dicesse “Dai, racconta”. “Come stai”. Anche ora me lo chiedono in molti, ma la mia risposta non cambia mai: “Io sto bene”.

Federica Sassanelli
Liceo Cartesio, Triggiano (BA)

I pensieri malinconici e le lacrime amare della mia solitudine

Essere soli è devastante, avvilente. Può distruggerti senza che tu neppure te ne renda conto. È come un cagnolino affamato che con voracità divora una bistecca, o come quelle particolari sostanze chimiche che, in presenza di acqua o di vapore acqueo, corrodono alcuni metalli. In entrambi i casi qualcosa è cambiato e, per opera della solitudine, ciò che cambia siamo noi.

In questo periodo, costantemente isolati dal resto del mondo a causa della pandemia, cerchiamo di adattarci alla nuova, atipica situazione e, inevitabilmente, cambiamo: diventiamo più pigri, negligenti e oziosi. Alcune persone riescono a reagire, ma ognuno di noi lo fa in modo differente e sono diverse anche le emozioni dalle quali veniamo invasi. La principale è la solitudine, che è diventata la nostra compagna di vita. Al momento non possiamo incontrare i nostri cari ed essa ci assale.

I miei amici sono come una seconda famiglia e, non potendo incontrarli, non so a chi rivolgermi quando mi sorgono nella mente domande o dubbi a cui vorrei rispondere. Fortunatamente ci sono i miei genitori. Loro sono sempre disponibili con me e sanno dare ottimi consigli; sono fantastici, come anche i miei amici, ma non sempre possono aiutarmi a risolvere determinati problemi, a vincere la solitudine.

Tutti mi dicono che sono una ragazza solare e sempre positiva, e mio padre mi ha soprannominata “tempesta”, perché sin da bambina ero allegra, energica e attiva, ma in quest’ultimo periodo mi sono un po’ “spenta”. È da molto tempo che non vedo il resto della mia famiglia, i miei amici, e mi mancano tutti moltissimo. E nonostante trascorra ogni giorno con i miei genitori, mi sento terribilmente sola. Cerco di non darlo a vedere, per non farli intristire, ma sono certa che anche loro se ne siano resi conto.

In questo momento, il mio rifugio sicuro è il cellulare perché mi “avvicina” a coloro che sono distanti. In realtà, quando faccio le videochiamate con i miei amici, cerco di sorridere sempre, ma sono sorrisi finti. Non sono più in grado di far spuntare sul mio viso dei sorrisi veri e spontanei, ma solo lacrime che, come una cascata impetuosa, rigano il mio volto anche quando rivedo le foto e i video del passato.

Vorrei soltanto tornare all’estate 2019, quando tutto ciò non era ancora accaduto e pensavo solo a divertirmi spensierata mentre cantavo a squarciagola le hit dell’estate con i miei amici e ci abbracciavamo senza aver paura di dimostrarci il nostro affetto attraverso quel semplice gesto. Grazie a loro ho imparato il vero significato della parola “amicizia”: collaborazione, disponibilità, amore fraterno e molto altro che non credo sia possibile esprimere a parole. Ciò, però, risale a quasi due anni fa e, in così poco tempo tutto è cambiato. Non sono più, ormai, la persona di sempre. Mi sento come un mazzo di fiori appassiti, soffocata, morta.

Io adoro i fiori e in essi vedevo l’immagine di me: colorati e particolari in tutte le loro varie sfaccettature. Ora, però, sto appassendo. Il mio viso è accigliato, corrucciato, preoccupato. Mi pervade un senso di malinconia mista allo sconforto e al dispiacere. E oltre ad essere avvilita, sono anche arrabbiata. Ma non so con chi esserlo. Non è colpa di nessuno se tutti ci troviamo in questa situazione. Spesso sono pervasa dalla rabbia perché sto vivendo infelicemente i miei anni migliori, l’adolescenza. Non li sto vivendo, ma trascorrendo passivamente. A volte mi chiedo se qualcuno si sia mai chiesto come stiano i bambini e gli adolescenti. Non mi riferisco al nostro stato di salute, ma alle emozioni dalle quali veniamo frequentemente sopraffatti e che, giorno per giorno, diventano sempre più intense e incontrollabili. Prima amavo ritagliarmi dei momenti in cui volevo stare sola per leggere un libro, ascoltare la musica con gli auricolari, o semplicemente per osservare, immersa nei miei pensieri, l’immensa campagna dietro le ampie vetrate del balcone della mia cameretta. Ho sempre preferito trascorrere il mio tempo in compagnia di qualcuno, ma mi piaceva anche restare sola nella mia stanza per guardarmi dentro e “parlare” con me stessa. Anche questa abitudine ormai è sfumata e niente è più come prima. Sono davvero stanca. Sono turbata. Ho paura che tutto ciò non finirà mai, che sarò costretta a vivere il resto della mia vita in questo modo. Mi pento per moltissime decisioni prese in passato che oggi mi sembrano sbagliate, per esempio aver preferito, a volte, poltrire a casa piuttosto che uscire con i miei amici o con i miei genitori. Credo che questa situazione mi stia facendo capire moltissime cose, come l’importanza di un abbraccio o di un vero sorriso. Gli insegnamenti che sto ricevendo da questa esperienza non cambiano, però, le emozioni negative che sto provando: una miscela di dispiacere, rancore, collera, angoscia, amarezza e malumore che può portare anche alla morte dell’anima. Quanti ragazzi si sono suicidati a causa della solitudine dovuta alla mancanza di affetto e attenzioni, al bullismo o perché si consideravano un peso per gli altri?! Infatti, seppur sia terribile anche solo pensare di togliersi la vita, a volte si può arrivare a credere che sia l’unica soluzione in momenti difficili, durante i quali sembra che il mondo ci stia cadendo addosso e che la vita sia un fardello troppo pesante da sopportare. Ci si dimentica delle persone che ci amano e che mai vorrebbero perderci. Ci si scoraggia e non sempre si riesce a reagire, a rialzarsi. Perché la solitudine annienta, opprime, è capace di dominare e influenzare un essere umano. La solitudine può uccidere poiché “l’uomo è un animale politico” e, in quanto tale, ha bisogno di stare in compagnia, necessita di qualcuno che non lo faccia sentire solo. Per l’uomo è indispensabile la vita sociale e spero con tutto il cuore che io possa tornare ad uscire con i miei amici e a trascorrere al meglio ogni singolo attimo con loro e con la mia famiglia.

Solo questo può salvarci.

Nicole Rossini
Liceo Cartesio, Triggiano (BA)

A NIGHT LIFE

Avevo solo 14 anni, ero solo un ragazzino e la vita decise di voltarmi le spalle. Era il primo giorno delle superiori, entrai nel grande cortile della scuola dove c’erano centinaia di ragazzi che parlavano fra di loro. Avevo paura. Le medie non sono state un bel periodo, avevo pochi amici e quei pochi amici mi abbandonarono alla fine della terza media. Agli occhi degli altri ero invisibile, nessuno mi parlava, nessuno si sedeva accanto a me durante la ricreazione, nessuno mi calcolava. Anche con i professori era così: ero sempre l’ultimo ad essere interrogato, ero sempre mandato all’ultimo banco in fondo alla classe. Tutto ciò, però, non mi dava fastidio. Ci feci l’abitudine con il passare del tempo, ma quella sensazione di vuoto che avevo dentro non se ne andò e non mi ci abituai mai. Marta: la mia unica vera amica. Ci conosciamo dalle elementari ed è sempre stata l’unica persona a starmi accanto, a consolarmi sempre; con lei ho superato il divorzio dei miei genitori e la morte della mia nonna materna. Eravamo io e lei, in un cortile che sembrava enorme in confronto ai nostri piccoli corpi esili che quasi tremavano dalla paura. La paura di passare cinque anni nelle stesse condizioni con cui avevo superato le medie mi faceva venire la nausea. A un tratto sentii un suono acuto che mi fece risvegliare dei miei pensieri: la campanella. Era ora di entrare in classe. L’ansia saliva e iniziai a sudare freddo; sentivo le gocce cadere lungo la fronte, ma un braccio si avvolse intorno al mio collo: era Marta. Il suo calore mi fece tranquillizzare. Sentivo la serenità che scorreva nelle sue vene e che si unì successivamente alle mie. Entrai. Mi affrettai a scegliere il posto: vidi un banco vuoto vicino alla finestra, in seconda fila; mi sedetti e Marta fece lo stesso con il banco posto vicino al mio. I mesi passarono e feci tante amicizie. Mi creai il mio gruppo di amici con cui passare i pomeriggi; li adoravo, mi facevano divertire, ma quella sensazione di essere solo in una stanza piena di persone non se ne andava. Passavo le notti in bianco pensando a quello strano sentimento che provavo, ma non ne parlai mai con nessuno, anche se ne avevo bisogno. Volevo solo andarmene dove nessuno mi avrebbe visto e così lo feci: scappai, presi alcune scorte di cibo e acqua, e andai. Non so dove stessi andando, ma continuai a camminare. Erano le tre del mattino. Sentivo alcune macchine sfrecciare per la strada, il fruscio leggero del vento che mi accarezzava i capelli e la luna che illuminava il cemento. Ero così rilassato, non sentivo le urla dei miei genitori e non sentivo quel fastidioso brusio che si percepiva costantemente in classe. Vidi i primi raggi del sole che stava sorgendo, così tornai a casa. La cosa si ripeté per diverse notti. Avrei voluto vivere una vita notturna. Non mi è mai piaciuto vivere in solitudine, ma che senso ha vivere una vita piena di persone se dentro ti senti vuoto? Avrei tanto voluto farla finita, smettere di vivere quell’insulsa vita, ma poi pensai a come ci sarebbero rimaste le persone intorno a me, a come avrebbero reagito i miei genitori e Marta. Non lo feci, ma passai il resto della mia vita con quella strana sensazione che mi pervadeva tutto il corpo, fino a quando non incontrai la persona che mi ha reso felice e ha riempito l’enorme vuoto che avevo dentro.

Paola Tanzi
Liceo Cartesio, Triggiano (BA)

Caro Diario
Alessia Cannella
IISS Liside – Taranto
La solitudine ai tempi del covid
Alessia Giove
IISS Liside – Taranto

Un’anima sola

Essere soli non vuol dire essere diversi. Eppure oggi sembra così, come se seguire la massa fosse l’unica opportunità di introdursi in una società schematizzata. Ecco, io mi sento diversa, come sinonimo di solitudine, e una parte di me vuole essere uguale a tutti gli altri, solo per sentirmi meno sotto giudizio, con lo stomaco divorato dall’ansia, come se ogni giorno quella classe fosse un’aula di tribunale. La parola “solitudine” brucia sul foglio come sulla pelle; per questo è così difficile comprenderne il significato e spiegarlo. Io non posso spiegarla generalmente, con un significato psicologico, ma posso raccontarvi come mi sento ad essere in mezzo a cento persone con storie diverse, eppure essere sola e annoiata. La mia storia. Mi è sempre piaciuto ascoltare, osservare e rendermi protagonista delle storie altrui, come se la mia vita fosse costellata di forti sentimenti e avventure, problemi da risolvere, e finali da affrontare. Sembra banale, sciocco, quasi bambinesco a un occhio adulto e razionale, eppure è l’unico modo per sentirmi parte del mondo, parte di una storia più grande di me, meno spoglia di comprensione e avventure. Raramente vorrei essere una ragazza con diversi problemi solo per sentirmi in compagnia di essi, perché anche se in compagnia di mostri, loro mi capirebbero ed è pur sempre meglio di una strada lastricata di solitudine.

Non mi piace esprimere quel che provo, mi rende solo più fragile, come se quella armatura fatta di carta potesse crollare. So di non essere forte e men che meno unica al mondo, e mi sento quasi in colpa a sentirmi male. Ho imparato a farmi amica la mia solitudine e le mie diversità che forse sono le uniche a capirmi veramente.

Io ho una famiglia e degli amici che mi vogliono bene, ed è strano da credere dopo quello che ho detto, e ne capisco pure il motivo, ma non mi è mai piaciuto condividere, perché ho un solo cuore e se cade a pezzi non lo potrò mai ricostruire; quindi me lo tengo stretto, forse un po’ troppo, ed è anche per questo che mi sento così sola. Non vorrei essere subito capita, come un libro aperto, come se tutti mi studiassero e sapessero la risposta giusta ad ogni domanda, ma a volte anche qualcuno che provi a capire la tua storia, a scavare nel profondo della tua anima e a scoprire i tuoi sentimenti mi farebbe sentire apprezzata. Mi capita spesso di immergermi nella mia immaginazione, come un tuffo fuori dalla realtà, ed immaginare di essere popolare, avere tanti amici, ed essere in un soap opera, piena di avventure sentimentali e continue liti… mi fa sentire meglio, mi fa sentire “giusta”. Forse sono uscita fuori dagli schemi, di nuovo, ma non riesco ad essere uguale agli altri, e forse essere sola in una casa a volte vuota e silenziosa, mi ha fatto capire che è impossibile e forse anche sbagliato.

Sentirsi sola ti fa sentire sbagliata, come se ci fosse un modello da seguire per far parte dell’universo e tu vai dalla parte opposta: ecco questo vuol dire essere soli, cambiare strada e mentre tutti scelgono di seguire la strada giusta per raggiungere il senso della vita, tu scegli quella opposta, e non fai niente per girarti perché ti fa sentire falsa. La solitudine è la distruzione per gli uomini, anche se molti dicono sia l’amore, quando invece è l’unica salvezza, l’áncora in una mare di anime sole che cercano di sopravvivere; io sono una di quelle anime, e la mia famiglia e i miei amici sono la mia áncora, e oggi l’ho capito.

Non bisogna essere diversi da quello che si è o parte di una società che vuole solo trasformarti in un burattino, ma trovare le persone che ti accettano proprio perchè sei speciale ed affidare a loro il tuo cuore; è l’unica salvezza in un mondo dove tutti sono pronti a giudicare qualsiasi cosa. Le persone continueranno sempre a giudicarti, basta imparare a non ascoltare e sentirsi parte di qualcosa che ti ha sempre rincorso, e non di una visione utopistica che tu rincorrevi. L’amore è l’unica arma contro la solitudine e la distruzione che porta con sé. Sono diversa, mi sono sentita sola e incompresa, e ho capito che in realtà la diversità ci rende speciali e non sbagliati, ed è davvero triste averlo scoperto grazie ad una pandemia mondiale, ma almeno le sarò grata di qualcosa. Questa è la mia storia. La vita ha ancora tanto da insegnarmi, forse non smetterà mai, ma sarò sempre pronta ad imparare?

Capirò sempre la lezione data? No, ma ho imparato a capire la solitudine, la mia solitudine. Penso che ognuno abbia una propria solitudine, e so che tutti capiranno la propria, anche tu capirai la tua. Forse cadrò un’altra volta nel suo oblio, forse leggerò trecento volte questo stesso testo persa nelle mie riflessioni, e forse servirà anche a qualcun altro. Ma è per questo che è stato scritto, per essere letto. Io grazie a delle parole su un foglio bianco ho capito qual è la vera solitudine e non ne sarò mai abbastanza grata.

Sara Romano
Liceo Classico Flacco – Bari

Solitudine opprimente

“Solitudine”: parola davvero particolare. Tutti la interpretano secondo una prospettiva personale, basandosi per lo più sulle proprie esperienze. Però, cosa significa davvero provare questa sensazione? Molto spesso me lo sono domandata ma non ho mai saputo rispondermi. Così ho cercato di guardarmi dentro per riuscire a trovare anche solo un ricordo con cui potessi comprendere meglio me stessa.

Mi sembrava di vedere tanti piccoli flashback che si riproducevano come le scene di un film, molte di loro non potevano nemmeno essere considerate “felici”. In più di un’occasione avevo tentato di convincermi che la gente sembrava quasi diffidente nei miei confronti, a tal punto da volermi lasciare in quel famosissimo “angolino lontano da tutti”.

Molte volte avevo ripetuto a quella vocina maligna nella mia testa parole come: “Smettila! Non è come affermi tu!”, però non era mai sufficiente a farla andare via. Talvolta credetti pure di essere “diversa” da chi mi stesse intorno per via di alcuni atteggiamenti legati al carattere oppure per la visione della vita non proprio affine alla mia. Quando si organizzavano dei progetti di gruppo tutta la classe sceglieva il proprio compagno e io rimanevo sempre l’ultima a lavorare autonomamente. Gli anni delle medie non li consideravo e, ancora oggi, non li reputo i cosiddetti “anni d’oro”.

Ma con il tempo imparai a essere un po’ più aperta nei confronti dei miei coetanei e a legare con alcuni di loro, che adesso definisco senza alcun dubbio miei veri amici. So di potermi fidare di loro. Per un primo periodo il malessere provato in passato non si ripresentò più, ma questo bellissimo sogno sarebbe durato se questo stato d’ansia e la paura di restare da sola si erano ripresentati una volta giunta al liceo.

Le aspettative non erano sopra la norma, del resto non eravamo all’interno di un film in cui il finale andava sempre a favore della protagonista. Ammetto che più di una volta credetti che il problema fossi io e che forse, se non fosse stato per me, la situazione sarebbe stata un’altra. La mia più grande paura si era avverata e tutto per colpa di una frase detta in un momento non proprio brillante. Non credevo che bastassero poche parole per distruggere un percorso personale creato negli anni, ma così era successo e non nego di essermi trovata paralizzata.

In poco tempo tutte le persone che fino a quell’attimo avevo giudicato amici o anche solo compagni, mi avevano voltato le spalle. Non so che voci erano girate sul mio conto, ma ero certa che non fossero carine o comprensive.

In quella circostanza non nascosi più la mia fragilità: quando tornavo a casa era inevitabile che consumassi un abbondante pacco di fazzolettini. Inizialmente non avevo chiesto aiuto, in seguito quando mi resi conto che la situazione stava iniziando a diventare un tantino più grave, mi rivolsi ai miei genitori, gli unici che mi avrebbero consigliato la cosa più giusta da fare. Loro mi seppero ascoltare e quando finii di raccontare mi dissero di ignorare quelle persone, perché secondo loro non si meritavano di essere considerati più del necessario e mi comportai di conseguenza. Con mia gioia conobbi meglio due ragazze che oltre a consolarmi non si lasciarono influenzare dal comune giudizio e così legammo molto. Tutto pareva aver riacquistato un certo equilibrio, ma avevo parlato troppo presto. Quello che fino a qualche tempo fa era stato un “gioco del silenzio” da parte dei miei compagni di classe si era rivelato tutt’altro e, ciò che sarebbe potuto rimanere nell’anonimato, venne dichiarato. Per un istante mi sentii più piccola di una formica, oltre che imbarazzata dato che gli sguardi erano puntati su di me: non mi ripresi mai da quell’episodio.

I giorni passavano e insieme a loro andava a braccetto il mio malumore, spesso e volentieri avevo questo costante desiderio di sparire. Non riuscivo a sentirmi meglio né dal punto di vista interiore né da quello fisico. Era come se il mio mondo fosse tenuto in ostaggio da una strana creatura che aveva scelto di fissare là la sua abitazione. Ormai le mattinate scolastiche passavano in questo modo poi però, da quando la pandemia ci costrinse a rimanere in casa, non ci fu più un confronto faccia a faccia.

Il Covid-19 e la quarantena mi avevano fatto ragionare più del dovuto e, sebbene non fosse per niente semplice, promisi a me stessa di non mollare. Il primo quadrimestre di quel fatidico anno era volato via con il susseguirsi vorticoso degli eventi, le delusioni furono inevitabili ma ero troppo cocciuta per lasciar perdere tutto per colpa di poche persone.

Inizialmente se la solitudine mi era parsa letale e insuperabile adesso, invece, la ritenevo addirittura un modo per nascondermi da tutto quello che era accaduto. Un po’ come quando una persona che per anni era stata abituata a vivere dentro una campana di vetro, protetta dalle perfidie del mondo circostante, non possedesse più quel pizzico di curiosità che in un primo momento l’aveva indotta a voler uscire. Da allora le cose migliorarono, però ancora oggi porto dietro alcune ferite che non sono ancora riuscita a sanare completamente. Ma conto di non fallire il mio obiettivo.

Mi capita ancora di ripensare che ci siano persone a cui forse non interessa sapere cosa mi passi per la testa, o che mi ignorino volutamente per motivi a me ignoti. La lezione che avevo acquisito dopo quell’esperienza fu: “Non permettere mai a un sentimento così tanto potente di prendere il controllo di te stessa! Aggiralo e rovescialo con tutte le tue forze”.  Ero riuscita finalmente a ritrovare me stessa e a ritornare a essere sorridente.

Non potrò mai smettere di ringraziare le due ragazze che mi fecero sentire non del tutto “sbagliata” quando pensavo di esserlo. É vero quando si dice: “La solitudine uccide. Ma quando sei circondato da amici quasi non credi come e quanto possa essere devastante”.

Alessia Milanese
Liceo Classico Flacco – Bari

QUEL TETTO ROSSO DI FIRENZE


L’unico suono che si poteva ascoltare proveniva dalla biblioteca in cui qualcuno, per rendere la lettura più efficace, passeggiava su e giù senza mai fermarsi. Ogni giorno il silenzio di quell’enorme stanza veniva spezzato sempre dagli stessi passi, quelli di Axel che, come una melodia, raccontavano una storia. I suoi occhi verdi e le sue mani scorrevano attenti da sinistra a destra senza perdersi mai un particolare, passando su ogni parola per mantenere l’attenzione.

Tutto di quel ragazzo era equilibrato ma ciò non implicava che anche la sua vita lo fosse. Il suono dolce dei passi si fermò nello stesso momento in cui l’orologio a pendolo, presente sulla parete ad est della biblioteca, segnò le cinque del pomeriggio. Il ragazzo si fermò, scosse il capo quasi per ritornare alla realtà e con una lentezza, a tratti fastidiosa, ripose il libro in un determinato scaffale, tirandone fuori un altro. Si recò verso la porta d’uscita e prima di oltrepassarla si guardò alle spalle, come se non avrebbe mai più rivisto quel luogo e poi, tirato un sospiro, uscì.

L’aria di Firenze era tagliente però Axel non sembrò farci caso, continuando ad avanzare senza alcun problema, non prestando attenzione neanche ai passanti. Inspirava ed espirava pesantemente, geloso dell’aria che lo circondava, camminando più velocemente del solito quasi preoccupato di non poter arrivare in orario da qualche parte. Preferiva percorrere strade poco affollate, a volte dovendo fare più cammino del necessario per passare inosservato e non dover incrociare gli occhi colmi di felicità o tristezza delle altre persone. Svoltando a destra rallentò il passo e riprese a respirare regolarmente, rassicurato dall’essere arrivato in tempo. Era giunto in prossimità del suo “angolo di paradiso” in cui, come ogni pomeriggio, progettava una vita migliore, che non avrebbe mai avuto. Trascorreva ore ed ore seduto ad osservare il cuore della città ed ammirare in lontananza tutte quelle persone a cui avrebbe voluto sorridere o semplicemente rivolgere la parola.

Aveva scelto di vivere da solo, lontano da tutti, per non dover vedere la pena negli occhi delle persone che erano a conoscenza della sua storia e della sua malattia. Osteogenesi imperfetta, diagnosticata ad un mese dalla sua nascita a causa della prima delle innumerevoli volte in cui si era fratturato un osso. Le sue ossa si frantumavano come cristalli e per questo motivo aveva scelto di allontanarsi da tutti, per non far soffrire nessuno e per non intrappolarli nella sua stessa gabbia. Pretese che anche i suoi genitori prendessero le distanze anche se questi, costantemente preoccupati per la sua salute, continuavano a fargli visita ogni giorno. Non parlava con nessuno ad eccezione del fisioterapista, che quotidianamente lo aiutava, al quale rivolgeva parole come “Si”, “No” o “Arrivederci”; tutta la sua esistenza era circondata dal silenzio e dalla voglia di non coinvolgere nessuno nella fragilità del suo corpo e della sua mente. Aveva scelto di imprigionarsi nella solitudine, nel silenzio e nella disperazione di doversi sentire “diverso” da tutti, persino dai personaggi che leggeva sui libri.

Era una prigione che però necessitava di una via d’uscita, una chiave che avrebbe potuto aprire per poco tempo quella gabbia per poter prendere aria da conservare scrupolosamente. Quella chiave l’aveva trovata ed era dinanzi ai suoi occhi. Anni prima, infatti, dopo aver preso la decisione di vivere da solo, mentre camminava lentamente, trovò una piccola scaletta pericolante che portava in un punto indefinito di una casa di legno. La paura di potersi fratturare qualsiasi osso possibile era smisurata ma la curiosità, che aveva imparato con la lettura delle vicende di Ulisse, lo spinse ad arrampicarsi nel modo più lento e controllato possibile. Fu in quel momento che trovò il suo posto felice, un tetto rosso di una vecchia casa dal quale si poteva osservare la città.

Per una qualsiasi persona passare pomeriggi e nottate intere sempre nello stesso posto potrebbe sembrare monotono, ma per Axel era l’unico modo per sentirsi libero. Non aveva mai provato emozioni forti come la felicità e l’unico modo per poter imparare qualcosa erano i libri, da cui aveva appreso anche il significato della parola “amore”. Quel giorno, recatosi sempre sul quel tetto rosso, aveva scelto di leggere il canto quinto dell’Inferno di Dante, il canto di Paolo e Francesca e dell’amore che distrugge. Il cielo era colmo di nuvole e il vento era così potente da smuovere violentemente i rami degli alberi; era pericoloso, eppure egli rimase lì per finire di leggere. Il vento però, come le onde del mare che sopprimono i marinai, soffiò così forte da portarsi con sé il libro che il giovane stava sfogliando per continuare la sua lettura. Assalito dalla paura di non ritrovare il libro decise di scendere per recuperarlo, accorgendosi solo in seguito che anche la scala era stata portata via dal vento. L’unica soluzione era saltare perché, per Axel, quel prezioso libro doveva essere ripreso e riportato in biblioteca, a costo di distruggersi tutte le ossa. Cercò un qualsiasi oggetto a cui potersi appoggiare per scendere, non rendendosi conto che il vento aveva portato via anche la speranza di poter ritornare a terra. In quel momento, la chiave che apriva la sua gabbia era diventata una prigione dalla quale vi era un unico modo per uscire. Non perse tempo e cercò di lanciarsi cautamente fino a quando, datosi lo slancio, un rumore, simile ad una porta che cigola, segnò la fine del fallimentare tentativo di poter sopravvivere. La frattura, presumibilmente del ginocchio, gli fece perdere l’equilibrio e quella caduta pose fine alla sua solitaria vita. La lettura era l’unico modo che Axel aveva per evadere dalla sua quotidianità e fu questo il motivo della sua ostinazione nel voler recuperare il libro. “Galeotto fu il libro e chi lo scrisse”, furono le ultime parole che lesse e, anche per lui, quella frase fu letale.

Nicoletta Valerio
Liceo Classico Flacco – Bari

La solitudine uccide
3^ARIM
ITE Vitale Giordano – Bitonto
La solitudine
Giancarlo Casalini
IISS Marconi-Hack Bari

La solitudine tra bene e male 

Da piccolo credevo che il bene e il male non potessero coesistere, ma che fossero le peculiarità di due distinte categorie umane: i buoni ed i cattivi. Oggi penso a quanto fossi ingenuo e completamente fuori strada, e mi viene amaramente da ridere. Ognuno di noi, ogni persona, insegue i propri desideri, il proprio benessere, e in questa corsa per sentirsi soddisfatti ed appagati dalla propria vita, quasi sempre non ci curiamo delle conseguenze delle nostre azioni ma soprattutto non ci preoccupiamo degli altri. Noi ragazzi viviamo il nostro tempo con quello che abbiamo, e ciò che abbiamo è un mondo virtuale più o meno sconfinato, che ci rende visibili a tutti, che rende pubblica la nostra vita, i nostri sentimenti, che ci fa entrare nella vita di chi conosciamo ma anche di chi non conosciamo di persona. Detto così, sembra che la parola “solitudine” non debba neppure esistere nel nostro vocabolario, ma la realtà è ben diversa. Leggendo storie come quella di Antonella Diacono, si capisce che di solitudine si può morire, si capisce che non bisogna necessariamente volere o fare il male per uccidere qualcuno. Essere indifferenti e non accorgersi di chi prova disagio, anche nei confronti della felicità altrui, non sono azioni malvagie, ma possono mettere una persona sensibile con le spalle al muro e farla sentire sola in mezzo agli altri. 

Ma come mai ci dimostriamo talvolta così apatici? E soprattutto, possiamo additare come i famosi “cattivi” le persone che emanano questo odore di indolenza, e all’estremo opposto ci sono i “buoni e soli”? 

Quando siamo abitati da questa opprimente e frustrante solitudine, è perché ci sentiamo diversi, dei pesci fuor d’acqua, ma se sapessimo che molto spesso le stesse persone che con la loro indifferenza delineano il nostro contorno rinchiudendoci all’esterno dei loro “gruppi”, provano a loro volta questo malanno, forse ci sentiremmo tutti meno diversi, e di conseguenza tutti meno soli. Ed è qui che a parer mio intervengono i social, che con il loro enorme potenziale riescono certe volte ad essere distruttivi, facendo gravare ancor di più su di noi il peso schiacciante della solitudine. 

Analizziamo esattamente che cosa sono i social: è molto semplice, sono un insieme di tanti “profili” di altrettante singole persone. Tutto qui. Ma perché mai hanno usato quella parola? Questa è la chiave: il profilo ha da sempre indicato la linea esterna del contorno di un oggetto. Ma dal profilo di un oggetto si può risalire all’oggetto stesso? E questo delineare il contorno non è forse ciò che ho espresso prima, il riuscire ad escludere una persona con l’arma dell’indifferenza, poiché di quella persona si considera solo il contorno? Il punto è proprio qui: i social fondamentalmente servono, sempre come mia personale opinione, ad apparire. 

Tramite i social noi forniamo delle immagini di noi stessi non solo a livello materiale (intese come pixel) ma anche a livello conoscitivo: mostriamo di noi non la sostanza, bensì gli accidenti, come direbbe Aristotele, ci mostriamo nel modo in cui vorremmo mostrarci agli altri, cioè in forma smagliante, sempre sorridenti, senza lasciar trapelare alcuna sofferenza poiché semplicemente non c’è spazio per la sofferenza, aggiungendo filtri, didascalie, emoji, sticker, musiche. E con il passare del tempo, i profili delle persone iniziano ad assomigliarsi l’un l’altro, come fossimo finiti per scolpire tutti quanti la statua di uno stesso soggetto, che nella realtà però, non esiste davvero. Il problema non sono i social in sé, ma la considerazione che abbiamo di loro. 

Il problema sorge proprio quando scambiamo l’immagine di una persona con la persona. In questo modo ci sembra davvero di essere tutti identici, tanto che talora ci dimentichiamo della ricchezza dell’individuo, finendo per annoiarci delle persone, mostrandoci indifferenti nei confronti dell’ennesimo “profilo”, constatando l’impossibilità di comunicare tramite i social la propria personalità, e sentendoci in una parola, soli. Era proprio qui che volevo arrivare, per rispondere alla domanda precedente: frequentemente apatia e solitudine convivono in un sinolo. Ancora una volta ritorna Aristotele, e ancora una volta abbiamo la prova che il bene e il male coesistono, mischiati in uno strano rapporto che li fa sovente confondere. 

Quando si incomincia ad apprezzare il valore delle altre persone, non ci si ferma più all’apparenza, ma si impara a relazionarsi davvero con gli altri: meno siamo indifferenti ed apatici, meno qualcun altro si sentirà emarginato. Penso all’ambiente scolastico, dove in piccolo impariamo a vivere nella società: vedendo la classe come un gruppo e non un insieme di “profili”, si dà spazio all’aiuto reciproco, si è aperti al dialogo, c’è la volontà di non lasciare solo nessuno poiché c’è la consapevolezza che ognuno può darci qualcosa. A volte anche i piccoli gesti, come un saluto o un «come stai», possono coinvolgere emotivamente un amico. O magari scopriamo che un compagno condivide i nostri stessi interessi, e sviluppiamo un rapporto sano in cui non vi è la necessità di fingere, ma in cui prescindendo dall’aspetto si può esprimere serenamente la propria indole: così ci sentiremmo davvero più liberi e meno soli. 

Quando invece si incomincia ad apprezzare il valore della propria persona, che è unica e irriducibile, la solitudine diventa ricerca. “Conosci te stesso” diceva un altro grande filosofo, Socrate: la ricerca delle nostre passioni, di ciò che ci piace davvero, la definizione di quello che è il nostro vero carattere, ci portano a mettere sempre più a fuoco i nostri obiettivi e ad essere quindi più sicuri di noi. 

Riuscire a prendersi cura di sé non è facile ed essere del tutto immuni dalla solitudine è utopistico, ma dare un significato alla propria esistenza questo lo possiamo fare tutti. E avere un progetto è ciò che ci spinge ad agire giorno dopo giorno. 

Nessuno mai in quest’ottica getterebbe l’immensa possibilità che è la vita umana. 

Classe III B Liceo Fermi Bari: Alessandro Violante, Andrea Busano, Ambrogio Francone, Leonardo Di Donna, Giuseppe Lorusso, Raffaele D’Agostino, Stefano Grossi, Marco Catalano e Gaia Sardella. 

IO E LA SOLITUDINE


Che cos’è la solitudine? Una domanda che si pongono molte persone, certe persone sanno esprimere un loro pensiero su questo argomento e altri invece non sanno darsi una risposta.
La solitudine se non la si vive in prima persona, come tutte le cose che ci capitano nella vita, non si sa cos’è. Purtroppo o per fortuna nella mia breve vita ci sono stati molti momenti che sono rimasta sola, a volte per mia scelta e altre volte perché ero costretta ad esserlo.
Dico per fortuna perché certe volte, anche se la solitudine non è per nostra scelta, ci fa capire molte cose della vita. Fin da piccola mi sono sentita diversa ed esclusa dagli altri perché non ero come gli altri e venivo presa in giro su molte cose e tutto questo nell’arco della mia vita mi ha fatto diventare molto insicura. Prima mi vergognavo della mia persona, forse ancora tutt’ora su alcune caratteristiche di me, ma oggi ho raggiunto la consapevolezza di valere tanto, di non essere sbagliata e se credo a tutto questo ora è solo grazie ad una persona molto importante per me e questa persona è il mio ragazzo che ho conosciuto dopo il lockdown.
Se prima credevo il contrario di me, è perché c’erano molte persone che mi facevano pensare questo e io mi isolavo sempre di più. Quando si dice che la solitudine uccide, ma se hai accanto le persone giuste non si sente il vero peso di questa parola è proprio vero, perché da sola non sapevo come rialzarmi e mi sentivo uccisa interiormente da questa emozione, ma grazie alle persone giuste ci si sente meglio, come se si fosse nati una seconda volta.
Fin da piccola mi sentivo esclusa dalle mie cugine, perché non mi calcolavano, essendo più grandi di me, ci soffrivo tanto per questa cosa e piangevo sempre, anche se i miei genitori dicevano di non darà importanza, non ci riuscivo. Ora però non do più importanza a questo, perché mi ritengo più intelligente di loro e credo che un legame, specialmente familiare, non abbia età e quindi le persone che ci perdono qualcosa sono loro e non io.

È vero al mio fianco ho pochissime persone che ci tengono veramente a me, a parte la mia famiglia, ma come si dice ”meglio pochi ma buoni” e sono fortunata ad aver incontrato queste persone e sono anche fortunata ad aver incontrato delle persone che non ci tenevano a me nel passato, così ora ho capito che devo stare più attenta agli altri e a capire prima i loro comportamenti scorretti nei miei confronti. Quando a marzo siamo stati costretti a rimanere in casa, al contrario delle altre persone che soffrivano per la solitudine, per me non è stato un periodo in cui ho sofferto di ciò, anzi ho capito chi mi voleva veramente bene ed è rimasto e chi invece no. Ho scoperto le mie passioni, ho dato il massimo di me in ogni cosa che facevo, ho riscoperto me stessa, sono riuscita a dedicarmi del tempo per me e ho legato ancora di più con due compagne di classe. In questo periodo è successo una cosa che mi ha portato a non mangiare e questo mi ha portato molto a dimagrire.

A me piaceva vedermi magra, però poi con il tempo ho capito che lo ero troppo e non andava bene essere così, soprattutto vedendo quale era il motivo. Ma grazie a quella persona speciale che ho incontrato dopo il lockdown, ho potuto capire molte cose della vita e ho affrontato tutto in modo diverso e sono ritornata al mio peso forma.
Anche se nel periodo di chiusura totale non ho sofferto la solitudine, questa sofferenza si è sentita molto quando si poteva uscire però con le restrizioni e mi sentivo come se ci avessero tolto la libertà e come se in ogni nostro piccolo passo fossimo controllati dalla polizia.
Ci hanno tolto la libertà di dare un bacio, un abbraccio o di dare la mano ad una persona e questo mi fa soffrire molto. Ho sofferto molto quando era la zona rossa e io stavo a casa seguendo le norme e gli altri uscivano e mi sentivo sola e piangevo.

Ho sofferto quando gli altri mettevano storie su Instagram a Natale con la famiglia e io invece stavo sola casa. Per me il Natale è sempre stato un periodo di sofferenza da qualche anno, perché la mia famiglia per vari motivi e persone, si è divisa e ne soffro ancora tutt’ora e penso che sia una delle grandi sofferenze che mi porterò sempre nella vita.
La famiglia di mio padre era l’unica famiglia che mi accettava a prescindere dall’età, perché anche i cugini da parte della famiglia di mio padre sono grandi. Non sono una persona che lascia gli altri da soli, perché so come ci si sente e cerco di aiutare gli altri sempre il più possibile, se aiuto gli altri mi sento bene e mi sento che sono utile per qualcuno. Sono fiera della persona che sono, anche se ho qualcosa che è molto diverso dagli altri, però ho capito che è proprio questo che mi rende unica. Prima quando ero arrabbiata preferivo stare sola e pensavo, ora invece ho capito che se c’è una persona al tuo fianco che ti chiede di sfogarsi con lui o lei, bisogna farlo, perché tenersi tutto nella mente e pensare, non aiuta, anzi aumentano le domande, invece avere una persona che ti aiuta a rialzarti dopo ogni sconfitta o qualche emozione negativa è sempre meglio di stare soli. La solitudine è un buon mezzo per riflettere, ma se diventa una cosa che ci fa star male bisogna chiedere aiuto. La solitudine uccide, ma se ci sono al proprio fianco le persone giuste si sconfigge in poco tempo.

Sonia Luprano
Liceo Tito Livio – Martina Franca (TA)

IL MIO RAPPORTO CON LA SOLITUDINE

Sono Chiara una ragazza di 16 anni nel pieno della propria adolescenza, una fase della vita che tutti gli adulti considerano la più bella, quella fase che devi affrontare con tutta la forza e la felicità che hai, quella fase in cui inizi a pensare ai tuoi sogni, quella fase piena di soddisfazioni e delusioni. Sono 16 anni che continuano a ripetermi “goditi questi anni perché non tornano più”, per gli adulti i “problemi” che noi adolescenti siamo costretti ad affrontare ogni giorno sono solo e semplicemente legati all’adolescenza e non saranno mai importanti quanto i loro. A marzo 2020 cominciò la pandemia globale in Italia e nel mondo intero, tutti noi studenti eravamo costretti a fare scuola online, una sorpresa anche per noi che non avremmo mai creduto potesse durare per un anno intero.

Inizialmente eravamo felici di non andare a scuola per due settimane così potevamo “riposarci”, ma da due settimane siamo passati a un mese, due mesi e così via. Nella nostra società oggi sono presenti atti di bullismo e cyberbullismo causati dal cattivo uso di internet e dei social. Pensiamo ad un adolescente bullizzato che purtroppo tende a chiudersi in se stesso e a vivere con la sua solitudine e non chiede aiuto magari per paura di alimentare la “rabbia” dei bulli o perché non vuole farsi vedere realmente come si sente dai suoi genitori. La solitudine causata da atti di bullismo è grave perché può portare al suicidio, ma anche con la pandemia globale la percentuale di solitudine è aumentata tra gli adolescenti. Questa solitudine può essere sia positiva che negativa, ad esempio prima della pandemia ero un adolescente sempre con il sorriso sulle labbra, con gli occhi pieni di speranza e pieni vita pronta ad affrontare la vita e gli avvenimenti che accadevano, ma con la pandemia qualcosa è cambiato. Con la quarantena mi sono chiusa in me stessa senza esprimere più cosa provavo così da sentirmi sola e non interessarmi a ciò che accadeva nel mondo perché ero diventata indifferente nei confronti di tutto e tutti.

Io come tutti gli adolescenti abbiamo bisogno e sentiamo il dovere di essere sempre in compagnia e mai soli, ma spesso anche la solitudine può portare a effetti positivi, l’adolescenza è quel periodo della nostra vita in cui iniziamo realmente a capire chi siamo e scopriamo la nostra vera identità.

Quando iniziamo a chiuderci in noi stessi, spesso deve essere visto come un campanello d’allarme per chiedere aiuto anche se non lo vogliamo o semplicemente non vogliamo dimostrarci “deboli” agli occhi degli altri perché ci hanno visto sempre solari e forti, proprio come me. Così le “cicatrici” della pandemia le porto ancora oggi ad esempio attacchi di ansia, sbalzi d’umore, indifferenza e soprattutto solitudine anche se sono circondata da tanti amici e da persone che mi vogliono bene ma sono sempre lì a chiudermi in me stessa con la “voglia” di rimanere da sola e non chiedere aiuto, anche se magari è proprio quello che servirebbe.

In questo periodo non voglio chiedere aiuto perché ho paura di sentirmi un peso per le persone che mi circondano, trattenendo tutto quello che ho dentro. Questo piccolo campanello d’allarme ha fatto sì che le persone che realmente mi vogliono bene abbiano capito che qualcosa non andasse bene, infatti stanno cercando di farmi tornare ad essere la vera Chiara che hanno conosciuto, quella ragazza piena di vita e solare come non mai. Ho iniziato a sentire molto di più la solitudine quando ho perso due persone molto care, da lì in poi mi sono sentita in colpa per non aver potuto dare il 100% di me a loro, così vivo con la paura costante di perdere le persone a cui tengo; anche se sono distaccata dal mondo e da loro, ogni giorno ho la dimostrazione di quanto loro ci tengono a me.

Durante la pandemia tutti abbiamo perso i veri rapporti di amicizia, poiché passare dal vedersi ogni singolo giorno ad una videochiamata, ha distrutto qualsiasi adolescente. Ad oggi capire di sentirsi “diverso” non deve essere negativo; ognuno di noi deve essere diverso dall’altro ed è proprio la diversità a fare la differenza altrimenti saremmo tutti uguali con la speranza di cercare qualcuno di diverso da noi, qualcuno di unico e speciale in se stesso. La parola AIUTO non è una forma di debolezza, anzi dimostri di essere più forte di quello che credi perchè ti metti a nudo dimostrando e esprimendo tutto quello che provi facendo vedere realmente chi sei.

Sentirsi solo è l’anestetico più potente per stare bene ed essere se stessi.

Chiara Semeraro
Liceo Tito Livio – Martina Franca (TA)

GRAZIE, MAMMA

Solitudine, secondo un vocabolario standard essa è l’esclusione da un rapporto ricercato ed agognato che porta alla sofferenza dell’individuo in questione creando nel suo animo insicurezze e la mancanza totale di affetto e supporto.

Ma esser soli significa non avere nessuno intorno? Non aver nessun amico, genitore o parente?

La peggiore forma di solitudine non è quella che viene comunemente pensata al sentir riecheggiare questa parola quindi di essere realmente soli, bensì quella di essere con gli altri, ma non esserlo veramente.

Ė quando vai a mangiare una pizza con gli altri ma non sai con chi parlare, quando quel che dicono non ti sembra giusto, quando ti prendono in giro e non puoi fare altro che fingere un sorriso, che estraniarti, che pensare che tu, con loro, non c’entri niente; portandoti alla conclusione che forse, il problema, sei tu.

Nonostante io odiassi la solitudine ma per qualche motivo a lei sono sempre piaciuta, non mi ha mai lasciata un attimo né alle elementari, né alle medie, tanto meno alle superiori, ma solo per una prima parte.

Non capivo il motivo di ciò, perché non riuscissi a trovare un punto d’incontro con gli altri ed avere qualcuno dalla mia parte. Tutto continuava a ripetermi “Sei tu il problema”.

Le pareti della mia stanza che sentivano i miei lamenti e guardavano le mie lacrime ma rimanevano immobili. Anche loro non volevano consolarmi.

I miei genitori che mi ripetevano che era tutta colpa del mio carattere, che forse avrei dovuto farmi un esame di coscienza e capire quale fosse il problema perché non era possibile che in una classe di 27 alunni io fossi l’unica a non riuscire ad adattarsi.

La me bambina che non faceva altro che farsi calpestare ogni giorno, che arrivava sorridendo per mostrare superiorità, che rideva e scherzava come se nulla fosse. La stessa che a fine lezione tornava piangendo sentendosi ripetere per 5 anni sempre le stesse cose.

Il problema sei tu.

Spesse volte i miei mi chiesero se avessi voluto cambiare scuola non rendendosi conto che non avrei mai detto di sì.

Avevo una brava insegnante che mi ha dato le basi giuste per uno studio solido e corretto

Avevo una voglia tremenda di farla pagare a quei trogloditi dei miei compagni.

Avevo una paura del cambiamento che al solo pensiero sentivo il rigurgito salire.

E se non fossi andata bene neanche a loro? Se le cose fossero andate peggio?

Ma questo loro non potevano saperlo.

Perciò decisi di aspettare, sopportare, perché alle medie le cose sarebbero cambiate.

Le medie arrivarono, ero cresciuta e avevo la pelle più dura, avevo indossato la mia scintillante armatura costruita con rimpianto e lacrime, difficile da scalfire.

La classe era più piccola, non eravamo molti circa 20.

Le medie furono un periodo particolare per me, pieno di tante emozioni e altrettante esperienze differenti. Durante questi anni trovai i miei migliori amici che sono al mio fianco tutt’ora, il mio primo amore, e la mia prima seduta psicologica di gruppo.

Nel secondo anno ci fu indetta una seduta per migliorare l’affiatamento nel gruppo classe e parlare di discussioni irrisolte. A quella seduta mancai. Dal mio migliore amico mi fu riferito tutto ciò che era successo. Tutti avevano parlato male di me, di quanto fossi strana e di quanto si sentissero a disagio e attaccati da me.

Il mio cuore si spezzò, letteralmente, da quel momento iniziai ad accusare forti dolori al cuore durante le lezioni, tanto quasi da non riuscire a respirare. Quando i professori mi soccorrevano le uniche cose che riuscivo a dire erano – “Non riesco a respirare, ho un buco nel cuore”.

Ne parlai con i miei genitori ma, ancora una volta, i miei non sembravano capirmi. Continuavano a ripetermi “Fatti un esame di coscienza”” Non vedi come sei?” “Sei proprio pesante” “Hai un carattere troppo difficile.” “Cerca di ascoltare gli altri”.

Ma a differenza di prima, il supporto l’avevo da qualcun altro.

I miei migliori amici mi consolarono, mi ricordarono quanto fossi in realtà buona ma che nessuno lo notasse perché fermo alle apparenze, di quanto fossi stata brava a sopportare tutto e che in realtà non fosse colpa mia.

“Già” pensai “La colpa non è mia”.

Se il problema fossi stato veramente io, allora non avrei avuto loro al mio fianco, se mi hanno scelta ciò significa che hanno visto qualcosa in me che negli altri non vedono. Hanno visto la vera me e io il vero loro.

Gli altri non sono degni di questo, non sanno delle nostre cicatrici, non sanno cosa significhi amare.

Abbiamo insieme curato le nostre ferite e siamo andati avanti. Ho capito solo in quel momento il vero valore della Solitudine.

La solitudine non è cattiva, la solitudine è una maestra e una mamma severa.

In realtà, vuole solo il bene per te e ti indirizza verso quelle che sono le persone giuste, ti tiene con sé e ti allontana dai pericoli, dai rapporti con delle persone che ti farebbero solo soffrire.

Non può insegnartelo in maniera diversa perché se lo dicesse con calma non l’ascolteresti. Allora ci fa soffrire, ci tira le orecchie per portarci via da lì, siamo noi che opponiamo resistenza cercando di trovare amore, supporto e sostegno nelle persone sbagliate.

Una volta incontrate quelle giuste, ti lascerà libero di correre.

Per questo la ringrazio.

La ringrazio di essere stata colei che mi ha insegnato a stare sui miei piedi e a capire il valore che ho.

La ringrazio per avermi voluto bene ed essermi stata sempre vicino, pronta a proteggermi da tutto e da tutti.

Grazie, mamma.

Silvia Drago
Liceo Tito Livio – Martina Franca (TA)

La solitudine è un virus.

Secondo la classica definizione,” la solitudine è l’esclusione da ogni rapporto di presenza o vicinanza altrui desiderato o ricercato come motivo di pace o di raccolta intimità, oppure sofferto in conseguenza di una totale mancanza di affetti, di sostegno e di conforto.” La solitudine fa sì che le persone si sentano vuote, sole e indesiderate. Le persone sole spesso bramano il contatto umano, ma il loro stato d’animo rende più difficile stabilire connessioni con altre persone. La solitudine non significa necessariamente essere soli “fisicamente”. Invece, se ti senti solo e isolato, allora è così che la solitudine gioca nel tuo stato d’animo. La pandemia, in cui stiamo vivendo ora, ci ha resi tutti molto più soli. Dal marzo 2020 la nostra vita è cambiata: ci siamo barricati in casa e abbiamo spezzato ogni tipo di contatto fisico con il resto del mondo. Per i primi periodi, diverse persone non hanno subito le conseguenze. Invece dopo qualche mese di solitudine ne siamo diventati schiavi. Ma avevamo la speranza di poter riprendere la nostra vita in mano, una volta arrivata l’estate e finito il lockdown. Quando a maggio 2020 siamo finalmente usciti di casa dopo mesi, ci siamo sentiti felici e finalmente liberi. Ma dopo pochissimo tempo ci siamo resi conto di non esserlo affatto. E questa pseudo libertà ci è stata di nuovo negata a partire da ottobre, e da lì è stato un continuo susseguirsi di chiusure e aperture. Ma ormai è come se ci fossimo quasi abituati a questa situazione, in pochi si lamentano ancora della mancanza del contatto con le altre persone e personalmente io trovo questa cosa incredibile. Ci stiamo gradualmente dimenticando cosa significhi vivere in una comunità di persone e stiamo lentamente perdendo il contatto con la realtà. Oggi mi è difficile riuscire a vedere un futuro senza mascherine, senza restrizioni e con la possibilità di abbracciarsi e stare insieme come una volta. È passato solo un anno e mezzo dall’inizio della pandemia, eppure i tempi pre-covid19 sembrano lontanissimi. A volte mi chiedo se riusciremo a tornare alla nostra vecchia vita una volta che tutto questo finirà. Ci siamo abituati così tanto ad essere soli che probabilmente una volta reintegrati nella società di un tempo ci sentiremo inadeguati. Tuttavia, questa pandemia non ci ha portato via l’affetto e il bene. Non possiamo abbracciarci e stare insieme, ma ci sono diversi modi alternativi per continuare a portare avanti le nostre amicizie nonostante le difficoltà. La solitudine peggiore la provano le persone escluse dalla società, senza affetto e che si sentono diversi dagli altri; questa solitudine non è causata da una pandemia e non si può risolvere con un vaccino. La solitudine di cui parlo è quella che ti consuma da dentro e ti rende incapace di porti al mondo nel modo in cui la società si aspetta che tu faccia. La solitudine diventa un tratto della tua personalità, una cosa di cui non riesci a liberarti facilmente. È “disagiante” essere soli, ma a volte il mondo può esserlo di più; quindi, nonostante una persona stia soffrendo la solitudine, non fa nulla per cambiare la situazione perché è troppo difficile e comporta troppi cambiamenti nella vita. Io ho provato sulla mia pelle questo tipo di solitudine. Alle medie non avevo nessuno con cui parlare, nessuno con cui sfogarmi. Non venivo bullizzata o cose del genere, semplicemente ero troppo diversa dalle altre persone che mi circondavano quotidianamente, e venivo quindi completamente ignorata. A volte desideravo addirittura che qualcuno venisse a disturbarmi e prendermi in giro, così da ricordarmi che io esistevo davvero e che non ero solo una comparsa nella vita dei miei compagni di classe. Anche a casa non parlavo molto e quando lo facevo era solo sotto la sollecitazione di mia madre. Su internet avevo trovato delle persone con i miei stessi interessi, ma anche lì non mi sentivo capita e pensavo di essere un peso e che evidentemente meritavo di essere sola. Per fortuna alle superiori ho conosciuto persone fantastiche che riuscivano a comprendermi, e iniziai a pensare che magari anche io avevo la possibilità di avere amici come tutti gli altri. Nell’estate del 2019 ho conosciuto delle persone che mi hanno cambiato la vita e che mi hanno insegnato che è bello stare in compagnia e costruire ricordi insieme quando ci si vuole davvero bene. Ora non posso più dire di essere sola, ma a volte sento di essere stata abbandonata dall’universo dal momento in cui sono nata. Ci sono dei momenti in cui tutto si ferma e mi sento di nuovo alle medie, completamente da sola. Anche circondata da amici, non riesco ad esprimermi al massimo e sento un vuoto che non si colma e non so se si colmerà mai. La solitudine è uno stato mentale che difficilmente si può cambiare se non ci si prova con tutte le forze. La solitudine può uccidere. Molte persone si sono suicidate a causa della solitudine e della depressione che hanno sviluppato. Altre persone convivono con questa condizione, ma al costo della morte della loro essenza. Nonostante ciò, io sono convinta che si possa “guarire” dalla solitudine. Bisogna chiedere aiuto a qualcuno che ci vuole bene, oppure ci si può rivolgere a delle persone competenti nel campo psicologico. Ma bisogna tenere a mente che si può andare anche dallo psicologo migliore del mondo, ma se non si ha la volontà di cambiare davvero nulla migliorerà. La cosa importante è anche capire che nonostante ci si senta soli non lo siamo davvero, perché ci sarà sempre qualcuno pronto ad aiutarci in qualche modo. A volte essere soli aiuta a concentrarsi su sé stessi e a scappare dal caos della vita quotidiana, ma spesso diventa un problema grave che condiziona le relazioni sociali e soprattutto il vero te. Quindi, si può guarire dalla solitudine e ciò accade grazie all’aiuto delle altre persone disposte a farti stare meglio e a reintegrarti nel mondo.

Elisa Bruno
Liceo Tito Livio – Martina Franca (TA)

Solo*


Solitudine. Letteralmente viene designata come un’esclusione da ogni rapporto di presenza o vicinanza altrui, desiderato o ricercato isolamento come motivo di pace, mancanza d’affetti, di sostegno, di conforto. Sono sempre stata convinta ci fossero due tipi di solitudine. Quella in cui ci ritroviamo quando tutti sono usciti e noi siamo a casa, quando siamo sul treno e sul nostro vagone non c’è nessuno o quando d’estate andiamo in spiaggia così presto, crepitanti di vedere il mare, e ci ritroviamo soli, senza nessuno intorno, senza nessuna presenza “numerica”. E poi c’è un altro tipo di solitudine, quella in cui ci sentiamo realmente “soli “, purtroppo non per nostra scelta. C’è una bella differenza tra il sentirsi soli su un vagone vuoto, e sentirsi soli ad una festa con cento persone. Avete mai sofferto di solitudine? Quella solitudine che porta così tanta sofferenza da lasciarvi un vuoto dentro? Quella paura di relazionarsi perché ormai si è convinti di essere sbagliati? lo si. Mi è capitato e sono in grado di comprendere chi è nella stessa situazione. Partiamo dal fatto che la solitudine attacca tutte le età: bambini, adolescenti, adulti e anziani. Le categorie maggiormente colpite sono quelle degli anziani e degli adolescenti. Le ragioni possono essere diverse, un lutto, una malattia, una separazione o la diversità. La diversità. Alcuni di voi diranno:” Ma come la diversità non centra nulla con questo tema?” E invece si. Anche se siamo nel 2021 la diversità del singolo la maggior parte delle volte non è molto accettata. Molti adolescenti sono soliti a seguire la massa e non a distinguersi. Che poi è comunque una scelta ma che involontariamente porta all’esclusione da parte di un gruppo o all’azione del singolo a comportamenti che non fanno parte del suo modo di essere e quindi si parte da questo tipo di sofferenza. In questo tema io mi sento divisa in due: solo una di quelle che si è sempre sentita diversa e sono una di quelle che è stata spettatrice di chi non chiedeva aiuto e piano piano si distaccava dal gruppo, dalle persone e poi dal mondo .. Inoltre questo periodo non aiuta, tra tutte le giornate perse rimasti in casa a studiare, a leggere, invece di incontrarsi, l’unico per vedersi è tramite videochiamate, talvolta nemmeno possibili a causa di connessioni che vanno e vengono cosi come la nostra voglia di vivere in questi periodi. lo ho sia amato che odiato questi momenti: è bello stare da sola per mia scelta, ho la possibilità di pensare a me stessa e di evidenziare parti di me che vorrei migliorare, con la musica nelle orecchie e un cuscino tra la braccia. E poi c’è la parte che ho odiato che è quella in cui finalmente ho avuto la possibilita di uscire e di rivedere le persone a me care. Ma la parte frustrante è che nonostante fosse passato tanto tempo con tutte le cose che avevamo da dirci, era come se fossimo bloccati. Questo perché era come se avessimo dimenticato come fossero i rapporti umani prima della pandemia, quel contatto fiscio che non è più come una volta. E lo ammetto, sono stata male per questo, stavo ricominciando a chiudermi. E non volevo. Non volevo stare come quando ero più piccola, esclusa perché preferivo leggere in camera mia con le cuffie che uscire tutte le sere fino a tardi, che poi io ci ho provato eh. Ma non faceva parte del mio carattere, per quanto volessi somigliare agli altri nel modo di vestire, nei comportamenti, nelle abitudini di quelli della mia età non ci riuscivo. Anche a me piaceva uscire eh, non sono aliena, ma avevo altri interessi rispetto a loro che parlavano solo di ragazzi, fidanzati e fumo. lo ai tempi delle medie ero allergica a tutto ciò, ma fortunatamente si trovano le persone come noi che ci salvano da questo periodo e ci mostrano che l’essere diversi è bello. In questi miei brutti momenti sono stata male ma non mi sono mai fatto del male fisico .. Al contrario invece fanno molti ragazzi e ragazze che hanno talmente tanta sofferenza dentro di loro che si sfogano su loro stessi. Quanti ragazzi diventano autolesionisti, si è sentito parlare anche di parecchi suicidi, persone che hanno iniziato ad estraniarsi dai compagni, dai genitori, a quasi non conoscere nemmeno loro stessi e il distaccarsi da questo mondo che per quanto possa essere bello è altamente tossico, per le persone che ci vivono e per i comportamenti che hanno. Perché ci si deve ridurre a umiliare un ragazzo che usa lo smalto o una ragazza solo perché si veste larga e non attillata come siete soliti a vedere? La solitudine va bene solo quando è volontaria per farsi un esame di coscienza o per pensare di più a se stessi. Non ci si dovrebbe escludere a vicenda solo perché uno è diverso dall’altro o ha altri interessi. Anzi bisognerebbe capire di più le persone, chissà magari una cosa che a me può non interessare, grazie a questa persona che ne è appassionata potrebbe iniziare a piacere anche a me. E basta anche con i brutti commenti sui social. Siamo tutti bravi a fare i leoni da tastiera e insultare glia altri credendoci belli, intelligenti e forti. Che poi magari le persone più sole sono proprio quelle. L’unica cosa che ti salva dalla solitudine è la tua stessa forza, la forza di metterti in gioco e provare a piacere agli altri rimanendo te stessa/o. Come ne sono uscita io? Be sia grazie alla scrittura che aiuta molto a sfogarsi, sia ai miei amici che sono indispensabili. L’amicizia nella vita è fondamentale, ti aiuta a rendere questa vita più leggera. lo stessa se in questo periodo non avessi avuto la fortuna di incontrare lui, che adesso è praticamente una delle persone più importanti della mia vita, ne sarei ricaduta. Mi ha aiutato a vedermi bella cosi come sono, dentro e fuori e mi ha insegnato che se a qualcuno non andiamo bene come siamo, bisogna fottersene. Questo “LUI” oggi è il mio attuale ragazzo e giorno per giorno mi aiuta in quelle che sono le mie insicurezze e quei problemi che sono quasi inesistenti ma che prima mi uccidevano. Ed ho la certezza che comunque vada ci saremo entrambi l’uno per l’altro. Per qualsiasi cosa, io sarei disposta a tutto per aiutare lui, e lui farebbe lo stesso per me. Tutti prima o poi troveremo la persona giusta e il gruppo che ci accetta per come siamo. Bisogna solo avere pazienza ed essere disposti a stare male e a soffrire un pochino se queste persone dovessero darci delle delusioni. Ma mai chiudersi e isolarsi. Chiedete aiuto. Non c’è nulla di cui vergognarsi. Date dei segnali se vorrete essere aiutati, le persone vicino a voi prima o poi li capiranno e vi daranno una mano. Non fatevi del male, non vale la pena buttare una vita per delle persone che non vi hanno capito o che non hanno capito le vostre insicurezze. Non tutti sono perfetti. Ma ognuno di noi è speciale così com’è difetti e pregi inclusi..è questo il bello di essere stette miliardi di persone in questo mondo, perché prima o poi la felicità arriva e tutti, nessuno escluso, merita di stare male. Tutti meritano di essere felici con le persone che amano.

Alessia Barratta
Liceo Tito Livio – Martina Franca (TA)

LA MIA SOLITUDINE

La solitudine è un sentimento universale

Ogni essere umano, almeno una volta in quest’ultimo periodo, soprattutto a causa dell’epidemia di Coronavirus e del conseguente lockdown, si è trovato a dover fare i conti con la solitudine. Come si può immaginare, questo stato d’animo accomuna tutti gli uomini di tutte le epoche e ne sono la prova le diverse opere letterarie di grandi autori come Petrarca o Leopardi, che viene definito il poeta della solitudine. La solitudine di Leopardi proviene dalla reclusione forzata che lui vivrà durante la sua giovinezza e che lo porterà a chiudersi in se stesso pensando che non esistano altri stimoli al di fuori dello studio. Il poeta, in qualche modo, vive anche quella che io definisco la mia solitudine.

La solitudine mi aiuta a ritrovarmi

Durante un momento di tristezza, mi capita spesso di pensare di essere sola e di non aver nessuno su cui poter contare se non me stessa. In queste circostanze, però, cerco di pensare che ci sono persone davvero sole che non possono condividere alcun momento (che sia triste, o felice) con nessuno, e alla fine mi sento meglio. Ed è proprio grazie a questi episodi che riesco a capire che alcune volte la solitudine non va vista solo in modo negativo. La solitudine mi aiuta a ritrovarmi: cerco di ascoltare il mio corpo e la mia mente, di capire quali sono le cose che voglio, e quelle di cui posso fare a meno, e infine, cerco di convincermi del fatto che tutte le decisioni che prendo sono quelle giuste per me.

L’amicizia e la solitudine possono essere collegati tra loro ?

Succede, poi, che io mi senta sola anche in presenza dei miei amici. Potrà sembrare un controsenso, ma non lo è. C’è un’idea, piuttosto generalizzata, che paragona il non avere amici all’essere soli, e viceversa. Ho sperimentato entrambe le situazioni sulla mia pelle, e posso affermare tutto il contrario. Anche a causa della mia timidezza, mi è capitato di ritrovarmi con tante persone, ma di non sapere cosa dire e se parlare. In quel momento, la strada più sicura da percorrere era quella dell’apparente indifferenza, che per me si era trasformata in sentirmi sbagliata e sola. Mentalmente ero sola, però andava bene così. Proprio grazie a quella situazione di disagio sono riuscita a parlare con la persona che mi piace chiamare “altra me” e a capire che il problema è solo nella mia testa, e non devo avere paura di parlare o di dire ciò che penso. Certo, il cambiamento non sarà stato immediato, però posso dire che ci sto lavorando, e molto.

Gli occhi della solitudine

Anche grazie a questa situazione, ho imparato a riconoscere più facilmente la solitudine negli altri. Basta guardare gli occhi di una persona e accorgersi che si sente solo e ha bisogno di una parola di conforto. Può essere grande o piccola, ma se ci si sente soli, lo si capisce. Penso a mia sorella, che ogni tanto al posto del suo sorriso splendente ha degli occhi spenti, e che cerca in ogni modo di evitare la conversazione perché pensa di essere invincibile anche da sola. Penso a mia nonna, ormai sola da qualche anno, che è forte come una roccia, ma spesso cerca il calore della sua famiglia per non sentirsi sola, e decide quindi di invitarci a pranzare insieme la domenica.

La solitudine ai tempi del coronavirus

Sembrerà quasi scontato associare la parola solitudine al momento difficile che stiamo vivendo, ma bisogna ammettere che, come ho precedentemente detto, ognuno si è sentito più o meno solo durante quest’ultimo anno Non mi sento in dovere, però, di fare distinzioni di alcun tipo, tra chi era completamente solo e chi ha vissuto i mesi di lockdown con una o più persone care. Io ad esempio, non ero sola, e trascorrevo parecchio tempo con i miei genitori o mia sorella, ma in qualche modo mi sentivo sola. Non avevo più stimoli di nessun tipo, tutto mi sembrava piatto e monotono, e, nei momenti di totale sconforto, pensavo che non ne saremmo mai usciti. Ho perso quasi 2 anni di vita e di esperienze che avrei potuto vivere, che magari mi avrebbero portata a capire di più su me stessa e su ciò che farò da grande.

Una “prova” di coraggio

Proprio in quel periodo, però, ho iniziato a pensare ad un tipo di esperienza tanto difficile quanto bella, che è trascorrere un semestre negli Stati Uniti. Fino ad allora sono sempre stata dell’idea che la mia vita qui mi piaceva, e non avevo motivo di sconvolgere la mia routine. Un giorno, poi, tutto è cambiato. E ora, a distanza di un anno, mi ritrovo a dover preparare tutto il necessario per poter vivere quest’esperienza. Nonostante la mia immensa felicità e voglia di vivere nuove esperienze, ho anche pensato ai momenti di solitudine. Magari per mancanza di casa, o magari perché in un primo momento non avrò nessuno, so che ci saranno momenti in cui mi sentirò sola in un mondo del tutto nuovo per me. La me di un anno fa avrebbe sicuramente detto che non ce l’avrei mai fatta a trovare del positivo in questa situazione, ma la me del presente è convinta che ci sia: questa sarà un’altra sfida da dover affrontare e che, una volta superata, mi farà crescere.

Dopo questo lungo flusso di coscienza, posso affermare che la solitudine è un sentimento presente nella vita di ognuno di noi, ma ognuno può fare della solitudine un punto di forza e un momento per sé stessi e per capire ciò che si vuole davvero.

Martina Liviano
Liceo Tito Livio – Martina Franca (TA)

Intorno a te c’è luce
Veronica Isabella Muscatelli
IISS Marconi-Hack Bari
Quando in realtà non è così
Pasquale Angelini
IISS Ettore Majorana – Bari

Antonella…dammi la mano 

La solitudine… me la sono fatta amica. 
Mi difende nei giorni tristi e bui. 
È lo scudo contro tutto e tutti. 
Non ti inquieta, non dialoga. 
Non ti spinge a riflettere, progettare… La solitudine è sola…mente te. 

Giorni lunghi e tutti grigi dipingono monocolore 
le pareti della stanza, le pagine dei libri. 
Ed il cuore solitario continua a pulsare, 
ma non sa più perché. 
Trilla il cellulare…non ho voglia di rispondere, 
non ho voglia di parole. 

Preferisco custodire le mie certezze, tenerle al riparo. 
Alzati e vieni da me. 
Faremo un giro su traiettorie che non hai mai percorso. 
Correremo perdifiato nei campi di grano tinti di rosso. 
Saliremo su alberi pieni di fogliame, 
arriveremo al mare e seduti, 
contempleremo l’orizzonte. 

Chiederemo al vento perché cielo e mare si danno la mano, 
mentre un gabbiano volerà scegliendo correnti note… 
quasi ad interrompere l’incanto. 

Si fa sera. Torniamo a casa… ma non ti lascio. 
Dormirò con te nel tuo letto e resterò 
finché non faccia di nuovo giorno, 
finché il sole busserà alla tua porta 
e non andrò via finché tu non avrai aperto. 

Ma chi sei? Non ci siamo nemmeno presentati. 

Sono l’amore per la vita… 
Sono i tuoi sogni spezzati 
ma che hanno ancora la forza di riprendere il volo. 
Ripongo il tuo paletot nell’armadio. 
È bella stagione. Non hai più bisogno di corazza. 

Sai camminare da sola, oltre le durezze della vita, le cattiverie… 
Perché il sole, ieri, mentre eravamo ad osservare il tramonto in riva al mare 
ha ricolorato la tua anima, i tuoi sogni… 
e adesso sei nuovamente parte di te stessa, 
della vita che custodisci. 

Pietro Colabufo 
Liceo Scientifico “E. Fermi” – Bari

 IL TEMPO SI È FERMATO 

Caro diario, 

oggi è il 5 Marzo 2021 ed è già passato un anno dall’inizio di questa catastrofe. 

La nostra vita è ferma da un anno, ho la percezione che il tempo si sia fermato e in questa situazione di spazio tempo infinito mi manca il contatto: mi manca abbracciare i miei amici, ascoltare la voce dei nonni che raccontano storie passate, vivere la percezione sensoriale che non sia mediata da uno schermo. 

Da quel giorno di Marzo 2020 nella mia vita sono cambiate tante cose: sono diventata ostaggio del mio letto e la mia quotidianità è scandita dalle urla di mia madre. 

Il mio cane è fuggito, si era stancato di vederci sempre in casa, ma almeno ho avuto una scusa per uscire e andare a recuperarlo. 

Tralasciando i particolari più “simpatici” successi in quarantena, posso dire che dopo quel primo DPCM il mio modo di vivere si è completamente capovolto: molto spesso sto sul divano a guardare una serie tv o su Instagram a cercare conforto nelle altre persone, anch’esse rinchiuse in casa. 

Non ero preparata a tutto questo, nessuno lo era, di fatti mi sono sentita sprofondare lentamente in un angosciante loop. Ogni giorno era sempre più come se mi stessi allontanando dalla realtà, perdendo la percezione del mondo fuori dalla mia stanza. 

L’unica certezza che ho avuto è stata la mia famiglia e le video chiamate con gli amici, per sentirci vicini anche se distanti. É cambiato anche il mio rapporto con le persone: se prima mi piaceva uscire con amici di amici o fare nuove amicizie casualmente mentre si aspetta il pullman, da un po’ di tempo è come se non ricordassi più come si fa. 

Adesso siamo tutti più distanti, scostanti e impauriti. Il primo pensiero quando si incontra una persona da: “chissà se gli starei simpatica” è diventato “chissà se ha il covid” e ci si allontana per evitare contatti. 

Il mio lockdown si può definire in parte un’enorme agonia e un’altra parte sia stata educativa, poiché mi ha permesso di crescere psicologicamente. 

Rimanendo chiusa in casa ho avuto tanto tempo per me stessa, per capire i miei sentimenti, i miei errori ed aggiustarli, per rendermi una persona migliore. Insomma, non ci sono stati solo lati negativi, almeno per me, credo che questa pandemia mi abbia insegnato tante cose, che mi abbia aiutato a maturare e reso più forte. 

Forse questo evento potrebbe aiutarci a prendere finalmente una direzione diversa, proprio perché ci ha ricordato in modo brusco e inequivocabile l’esistenza di un legame tra le persone, che prima avevamo dimenticato. Forse, dunque, ha ragione chi ci invita, con la fine della pandemia, a non tornare alla normalità di prima e a inventarcene, invece, una nuova. 

Angelica Ariante
IISS Liside – Taranto

 È TUTTO COSÌ MONOTONO! 

“È un anno che non viviamo più…” 

…sono state tolte tante cose, a noi adolescenti più di tutti. 

Ogni giorno sembra uguale a sé stesso, non trovo nulla di diverso, è diventato tutto abbastanza …. monotono. 

Non pensavo che staccare dopo una giornata di studio, magari facendo una passeggiata con i nostri amici, andando dai parenti, scaricarci con la palestra, fosse così necessario per il nostro benessere. 

Sono le azioni che davamo per scontate e che ORA ci sono state “vietate”. 

Questa situazione ci sta facendo comprendere quali siano le cose essenziali della vita quotidiana: passare del tempo con la nostra famiglia, con i nostri fratelli, ci aiuta a rafforzare il rapporto con loro, e per me è fondamentale. 

Ma stare chiusi in casa ci può aiutare? 

Io credo che si possa trovare del buono anche in questa situazione, come coltivare le nostre passioni, imparare a comprendere ciò che ci aiuta a stare meglio. 

Io l’ho scoperto: è la musica, scrivere e parlare con i miei amici, raccontarci ciò che abbiamo fatto e ridere insieme. 

L’augurio che mi sento di condividere è di stringersi alla propria famiglia, ai propri affetti, poiché solo insieme si è più forti di fronte ad ogni ostacolo. 

Fabiana Blandamura
IISS Liside – Taranto

 LA MIA VITA DI NOTTE: UNA PAUSA DAL MONDO 

Mi piace la notte restare sveglia, ascoltare il silenzio che vorrei durante il giorno. 

Mi piace avere un concetto positivo del mondo, soprattutto di notte, perché scopri cosa sta accadendo mentre tutti dormono. 

Guardare finestra per finestra e vedere chi è sveglio e chi no. 

Mi piace la notte infilarmi sotto le coperte e guardare film o serie tv, ridere da sola cercando di non far svegliare nessuno. 

Mi piace meno quando nel bel mezzo della notte inciampo e cado … “mannaggia che dolore”! 

Molto lentamente mi dirigo verso la mia camera trattenendo il dolore, cerco di non pensare… ma fa lo stesso male. 

A quel punto arriva la mia gatta con il musetto bagnato e con tanta voglia di giocare con i miei piedi. 

Provo ad ignorarla, ma lei viene vicino alla mia faccia. 

Provo fastidio, così la porto in camera dai miei genitori in modo che dia fastidio a loro, così posso osservare il cielo e riflettere sulla mia vita. 

Mi piace pensare a cosa potrò fare domani. 

Ma poi ricordo che inizia di nuovo un altro giorno, uguale a quelli precedenti. 

Tatiana Galeandro
IISS Liside – Taranto

Le giornate sono tutte uguali 

Sono Pamela, 

non ho più niente da fare. 

Le mie giornate sono tutte uguali, 

le passo guardando qualche film o serie TV. 

Anche se vado a dormire presto, 

la mattina sono sempre stanca comunque, 

la verità è 

che non mi va di fare mai niente. 

Sono più nervosa e paranoica di prima, 

l’aria che respiro è sempre la stessa. 

Cerco di riempire le mie giornate con qualche hobby, 

ma mi annoio dopo poco e torno a letto. 

Dov’è finita la mia energia? 

Che fine ha fatto la mia vera vita? 

Pamela Palagiano
IISS Liside – Taranto

Sperare

Solo nella stanza

Provo ripugnanza,

Nel cercare e nel trovare

Cose inutili da fare.

Tendo ad allontanarmi

Dalla quotidianità

Che mi spaventa più della mortalità

Sono volenteroso

spero, ma non oso

Voglio credere che sia solo un incubo

pauroso

Salvatore Francavilla
IISS Marconi-Hack Bari

https://padlet.com/giovannacatalano/4nz7mwqgwyjmf2c2

Intrecci – I volti delle nostre solitudini
Angelica Altavilla
Liceo Artistico Musicale Simone Durano – Brindisi
Consolazione Op.10 N.4 (per Pianoforte e Violino)
Antonio De Stradis
Liceo Artistico Musicale Simone Durano – Brindisi

La solitudine 

Mi è stato detto di poter scrivere liberamente sulla solitudine, beh io e lo scrivere  liberamente non andiamo proprio d’accordo, semplicemente perché potrei sviare da un discorso all’altro senza rendermene conto, nei temi è utile come cosa (lo ammetto) però purtroppo la mia ansia-sociale mi impedisce di metterla in pratica anche nel parlato. 

Iniziamo piano, ok? 

Cos’è la solitudine? Com’è fatto questo grande mostro? 

Ognuno ha una sua visione, ovviamente, del com’è e cos’è la solitudine, partiamo dal vero e proprio significato di solitudine: dal latino “solus” solo. 

Il dizionario cita: “Esclusione da ogni rapporto di presenza o vicinanza altrui, desiderato o ricercato come motivo di pace o di raccolta intimità oppure sofferto in conseguenza di una totale mancanza d’affetti, di sostegno e di conforto” 

Accurato, no? La maggior parte di noi quando pensa alla solitudine lo collega a questa piccola e breve definizione. Non è un male, ovviamente, come definizione è più che esatta direi. 

Io la solitudine la immagino come una vecchia quercia, potrebbe essere presa e sradicata al suolo in qualsiasi momento ed in qualsiasi modo, ma non è facile, dipende da tante, troppe, cose come ad esempio gli attrezzi giusti, il tempo giusto, quanto sono profonde le radici, dov’è piantato ecc ecc. 

Avevo già scritto una cosina sulla solitudine qualche anno fa, ma appunto parliamo di anni fa ciò mi fa credere che non valga la pena tirare fuori quel “cadavere” visto che le persone cambiano ed alcuni pensieri con loro. Dunque continuerò citando una parte di un testo che penso tutti conosciate: 

Pezzo per pezzo la mia mente si distrugge trovando conforto solo in azioni che mi vengono tolte per il mio bene ma senza le quali vivo una vita in perenne astinenza 

Questa frase, proprio questa, l’ho dovuta leggere più volte perché mi sembrava praticamente impossibile ma: possono due persone che non si conoscono e, mio malgrado, non potranno mai farlo, poter scrivere le stesse identiche sensazioni? Purtroppo io qui, al momento, non ho QUEL mio diario quindi mi baserò nel citare cose mal scritte cinque anni fa in preda alla rabbia e alla tristezza infinita: 

Mi accontento delle piccole cose, quelle stesse f*ttutissime cose che ora mi stanno togliendo, di cui adesso sento la mancanza perché mi sono state strappate via come se fossero petali su una margherita nel “m’ama; non m’ama” 

Sono simili, almeno io li vedo simili, le sensazioni descritte sono le stesse cambia il modo in cui lo fai, com’è giusto che sia. 

Ecco cos’è per me la solitudine, cos’ho sentito e come ho vissuto la solitudine. 

Alissia Loperfido
IISS Liside – Taranto

UN FANTASMA CON UN’ANIMA

Vago nell’ oscurità, alla ricerca di uno sguardo,
di un sorriso, di un po’ di  attenzione !
Nessuno mi cerca, nessuno si accorge di me!
Di quale colpa mi sarò macchiata?
Non trovo risposte!
Forse  in un’altra vita?
Forse quando ero solo una bambina ed ero ignara di tutto,
avrò commesso qualche nefanda azione!

Continuo il mio cammino nell’ oscurità,
continuo la mia ricerca vana!
Perché nessuno mi vede?
Perché  mi vedono solo per distruggermi dentro?
Le risposte le conosco, me le urlano sempre!
Sono diversa, devo coprire  il mio corpo grasso,
devo nascondere i miei brufoli,
devo nascondere la mia andatura goffa ed impacciata; 
devo farlo, sì devo farlo;  
rideranno  ancora di me!
Mi copriranno di insulti, di calci, di vergogna!
Oh, mio Dio, aiutami!

Ho bisogno di un amico,
vorrei una spalla amica su cui versare le mie lacrime,
a cui raccontare il mio triste cammino!
Ma che dico: a me non è concesso sognare, né illudermi!
L’ unica realtà è questa solitudine che  mi sta uccidendo!
Forse devo annullarmi,
dovrei  rimediare all’errore commesso dal cieco dispensator del caso,
che ha collocato la mia anima in un corpo così vile!

Ecco cosa sono: una dispregiata ospite su questa Terra!
Sono un fantasma per tutti voi!  
Qualcuno mi vede?
Eppure io esisto;
eppure ho un’ anima!


Ecco, ecco ci sono i miei amici là,
c’è la mia classe, il mio compagno di banco,
loro si accorgeranno di me!
Oh, mio Dio, ancora!
Perché ridono di me?
Perché  mi  schivano?
Perché uccidono la mia anima?
Basta! Quando finirà tutto questo!
Forse hanno ragione loro: non può un fantasma avere un’anima!
Devo morire, devo liberare la mia anima,
voglio librarmi nel cielo, libera, lontana da tutti questi oppressori,
devo cancellare le cicatrici della mia anima!
Nessuno si accorgerà mai  di  me!
Sono solo un fantasma!

Federica Maggio
ITES Vitale Giordano – Bitonto

Solitudine Milano

Toc-toc

Abbiamo mai pensato a quanta solitudine lasciamo dietro ai nostri passi quando camminiamo?

Cammino spesso sola, correndo da una parte della città all’altra. Sono piena di libri, carte, e dallo zaino straripano numeri di cellulare, biglietti, appunti vari. In realtà devo ammettere che da quando ho iniziato il liceo classico, quindi cinque anni fa, il mio tempo libero si è ridotto. Mi tocca ammettere che, alle volte, non sono riuscita a lavarmi i capelli per l’assenza di tempo libero e mi acconciavo con lunghe code, che mascheravano lo sporco.

Ma tanto abitavo e abito a Milano, le persone sono piene del proprio ego qui, e puoi passar con i capelli vaporosi appena usciti dal parrucchiere, oppure con una coda tiratissima, dove se guardi attentamente, riesci a distinguere anche i singoli capelli, puoi contarli, ma le persone che incontri saranno sempre in cerca di una vetrina nella quale specchiarsi per vedere se LA LORO acconciatura sia ancora nella maniera perfetta che aveva raffigurato l’ultima vetrina. Sono una studentessa, abito in una piccola casa sui Navigli. Era una zona piena di ragazzi, bar, ristoranti e vita notturna. Nei rari momenti di tempo libero, quando avevo i capelli puliti, mi accorgevo di essere sola.

Sola, perché non avevo nessuno di cui preoccuparmi e nessuno si preoccupava per me. Sentivo un silenzio assordante alle volte, in particolar modo nel mio bagno, é cieco e si trova al centro della casa.

Silenzio.

Una tomba.

Ecco, in quei momenti tristi e di solitudine, ero solita uscire, scendere in strada, fermarmi in un bar, e parlare con un barista qualunque, una persona afflitta e malinconica, quasi sempre insoddisfatta della propria vita.

Il mio equilibrio fu drasticamente rotto a causa della Pandemia del 2020.

Quando hanno iniziato a chiudere bar, ristoranti, e le strade si sono svuotate mi sono sentita sola. Forse la più sola al mondo. Ero tanto sola che lasciavo accesa la tv tutto il tempo, per avere una voce di compagnia. Tanto sola, che l’unica persona che per mesi si è preoccupata di parlarmi, sono stata io stessa medesima. Sola quando mi svegliavo, sola nel vedere il cielo grigio come le mie giornate e la mia vita. Sola nel vedere il mio zaino lasciato per settimane sulla poltrona, con il diario pieno di compiti che non avrei mai più potuto svolgere a causa di questa disgrazia. Ero sola nel lavarmi i capelli, ora sempre puliti.

Era strano.

Sola.

Se dovessi spiegare i miei sentimenti in quei giorni, mi paragonerei a una grande foresta, spoglia, e senza alcun animale. Anzi immaginate la luna, un satellite disabitato. Circondato dal nulla. Ecco io ero la luna. Ero la luna, e avevo tanta paura, alle volte tremavo per la paura, tanta era la paura che le lacrime si impadronivano dell’iride marrone che compone i miei occhi, e decidevano di far compagnia alla mia pelle. Alle volte mi sentivo così sola, che pensavo a me solo come qualcosa di perso.

La perdizione.

Ecco.

Ero persa dentro me stessa, e la maggior parte della popolazione, che fa sì che nel mondo ci siano 7 miliardi di abitanti, non potrà che pensare a qualcosa di positivo, nell’essere persa, dentro me stessa. Solo i meno superficiali, i meno stolti, capiranno gli orrori dall’essere persa, del conoscere, e del perdersi in se stessi. È un viaggio impossibile, un viaggio verso l’ignoto, un viaggio infinito. Vivendo in una realtà finita come può, carissime 7 miliardi di persone, non spaventarvi e agitarvi questo viaggio infinito? Sono innumerevoli i posti della nostra luna, e appena pensi di esserne uscito, ecco che ci ricadi.

Ecco cosa è la solitudine, ecco come l’ho vissuta, persa dentro me stessa.

Persa in questo mare in tempesta, fulmini, tuoni, uragani, e io che cercavo per un nanosecondo di trattenere il fiato prima che l’acqua salata entrasse, grazie alle forti onde, in tutti i buchi possibili del quale il nostro corpo è fatto. Mi mancava l’aria, e non respiravo. Forse piangevo, si sicuramente piangevo. E urlavo, urlavo tanto, implorando quel barista di tornare al suo posto, urlavo perché chiedevo, supplicando, che il mondo, che riempiva con tanta stupidita le mie giornate, tornasse a stordirmi.

Ho urlato in silenzio perché chiedevo di non essere sola.

Urlavo senza voce chiedendo anche solo una zattera, che mi avrebbe potuto salvare da quel mare in tempesta scatenatosi me stessa, affrontato da me stessa. Ho urlato, afona perché anche un pallone, sgonfio e con una faccia stilizzata, potesse farmi compagnia. Nessuno avrebbe mai compreso come la pandemia ha torturato dei poveri studenti innocenti. Avevo il terrore di andare in bagno senza il cellulare. Mi avrebbero diagnosticato una dipendenza, non avrebbero capito la mia solitudine, non avrebbero mai compreso che questo dannato cellulare con una voce, con della musica, era la mia unica compagnia.

La mia unica salvezza.

Il mio unico sole, in un mondo di grandi temporali.

Ritorniamo alla luna, la solitudine di un satellite che è costretto a vivere solo, e se implora aiuto, beh, esso è destinato a rimanere inascoltato. Sono lacrime destinate ad asciugarsi al vento che entra dalla mia finestra. Sono gridi destinati a rimbalzare sulle pareti. Sono libri lanciati, destinati al pavimento che non si accorgerà di quel peso. Sono pugni stretti forti, destinati solo a me stessa. È questa solitudine.

‘’Milano che piange, ride, e si diverte.’’

Ines Proscia
Liceo E. Fermi – Bari

SOLI(per abi)TUDINE

“La solitudine uccide. Ma quando sei circondato da amici quasi non credi come e quanto possa essere devastante.”

Esprimere a parole ciò che si prova spesso risulta talmente difficile da sembrare impossibile, ma Antonella in questo caso ci è riuscita benissimo, è riuscita a districare il gomitolo di fili neri che vagava nella sua testa e l’ha trasformato in parole. E’ stata capace, in parte, di districare anche il mio di groviglio e ora a poco a poco cerco in qualche modo di trascriverlo, trovando le parole giuste che lo sgomitolino.

La solitudine uccide, è un’arma letale e silenziosa, un’arma con cui tutti noi abbiamo fatto i conti almeno una volta, ma quando ci sono “amici” attorno, ti lacera ancora più profondamente. Ti estranei con la mente, fisicamente sei lì, ma pensi a un modo per andartene, immagini altri scenari, immagini posti dove vorresti essere, e invece sei lì con loro e passi il tempo a contare i minuti che mancano per allontanarti senza dare troppo nell’occhio, senza far trasparire la tua ansia sociale, senza far vedere il tuo senso di inadeguatezza. Temi sempre di essere giudicato, ti spaventa che altri potrebbero nutrirsi delle tue insicurezze e cerchi di velarle in tutti i modi possibili e inizi a chiederti se il problema sei tu, se il problema sono le parole non dette o quelle di troppo. La parte peggiore è sentirsi trasparenti, nessuno ti parla e nessuno nota il tuo disagio in quella situazione, sembrano tutti così superficiali o forse sei tu poco affabile e cordiale e ti domandi come sia possibile.

Mi vien in mente una citazione di uno psicoanalista austriaco “L’essere umano può raggiungere un benessere più soddisfacente nel momento in cui si sente nel mondo come a casa propria” (A. Adler), una frase che mi ha portata a riflettere. Lui sosteneva che ciò che spinge gli uomini a continuare il proprio percorso di vita siano solo due fattori: la volontà di Autoaffermazione, e il dolore ne è un impedimento, e il Sentimento sociale ossia ciò che noi proviamo quando sentiamo il bisogno di interagire con gli altri. Di qui deriva a mio parere questo sentimento di solitudine così profondo, perché cerchiamo di imporci di stare in un ambiente a noi “estraneo”. Alcuni spesso si nascondono nei social, costruiscono una vita interamente virtuale. I social possono sembrare un mondo parallelo dove puoi apparire come vuoi, dove puoi creare un’altra versione di te, una versione migliore, una versione con cui ti senti a tuo agio o semplicemente la versione che vorresti essere, ma sei troppo terrorizzato nel diventare “altro”.

Fino all’anno scorso una cosa del genere sarebbe stata impossibile da credere per me, ma in questa pandemia ho scoperto come uno schermo faccia da barriera, ho potuto constatare come molti si sentano potenti e invincibili dietro uno schermo e come altri fingano di essere tuoi amici. Sui social ogni immagine è filtrata e ogni parola o pensiero è spesso costruito.

ll social più utilizzato da noi ragazzi è Instagram dove è facile vedere selfie di gruppi di ragazzi che escono e si divertono, mentre tu magari sei a studiare o ancora peggio non stai facendo nulla e come sottofondo hai la televisione che ti tiene compagnia. Pensi che abbiano trovato la giusta sintonia e spesso chi vede quelle foto vorrebbe tanto essere con loro in quel momento, con quel gruppo di ragazzi con i “sorrisoni”, tutti felici e spensierati, un gruppo unito e magari con gli stessi interessi. La verità però è rappresentata da occhi spenti, vuoti, di chi sa che dopo quella foto dovrà allontanarsi con la mascherina sempre alzata. Ci rendiamo conto del vero valore delle cose solo quando ne veniamo privati, ci rendiamo conto del vero valore di alcune persone solo quando vanno via.

Tutti ormai indossiamo una maschera e la maggior parte del tempo sembra di essere a teatro. Chi sul palco e chi in platea. Chi decide di mettersi in gioco e chi di guardare. Chi ha una moltitudine di situazioni di cui venire a capo, alcune gradevoli e altre meno, e chi guarda, osserva e critica, spesso con un senso di amarezza e di invidia causato dalla propria posizione. Gli attori sul mio palco interpretano la vita che vorrebbero avere, ma che non hanno, la persona che vorrebbero essere, ma che non sono. Indossano sempre una maschera per apparire al meglio; alcuni personaggi sono forti, coraggiosi e audaci, mentre altri sono deboli e dipendenti da qualcosa che li aiuti, hanno bisogno di un supporto esterno, qualcosa che li motivi continuamente ad andare avanti. Invece le persone nella mia platea sono gli invidiosi, giudicano senza nemmeno guardare lo spettacolo dinanzi a loro, molti iniziano a commentare già all’ingresso, in coda per la biglietteria, affermano di aver già visto lo spettacolo e che non è niente di particolare, anche se è un’anteprima.

Gli attori non sono gli unici a indossare una maschera, anche il pubblico ne ha una, è la maschera della vergogna, dell’inadeguatezza, e questo porta a non mettersi in gioco.

Spesso non togliamo le nostre maschere per paura del giudizio altrui, una paura che non ci porta a vivere completamente e a pieno la nostra vita, e siamo portati sempre ad andare avanti, lasciando dietro tutto quello che più ci consuma, ma basta inciampare un po’ e ci si ritrova nel groviglio di fili neri. Mi ricorda un po’ quel gioco a cui giocavo da piccolina, sul divano, “Maze Runner”, era un gioco a record, non a livelli. Non vedevi la fine, ma dovevi spingere te stesso a fare sempre di più, a superare il record, era una corsa continua e bastava fare un movimento di troppo o un passo falso per ritrovarsi i mostri alle calcagna.

Tu da che parte stai? Sul palco o in platea?

Eleonora Poveromo
Liceo E. Fermi – Bari

LUCI DI SALVEZZA

Sentire il bisogno di interrompere

un improvviso silenzio, il silenzio

che si crea quando tutto intorno tace

e ti ritrovi solo con te stesso.

Sentire il bisogno di colmare

la sensazione di vuoto procurata

dalle paure, dalle insicurezze,

dai mille pensieri che ti penetrano dentro

quando la solitudine prende il sopravvento.

Poi, a volte, una luce si accende nel buio.

Capita.

Quella luce ci salva

dall’amarezza del restare da soli.

Sono gli amici.

I loro sorrisi.

Quando mi parlano.

Negli abbracci che non ti aspetti

ma di cui hai tanto bisogno.

Nei rimproveri e nei consigli

vedo la salvezza,

la certezza di non essere sola,

la certezza di essere circondata da persone

che non mi lascerebbero proseguire

sola per la via sbagliata.

Miraggi di luce che si presentano

nella notte buia dei nostri pensieri.

Nicole DiNatale
Liceo Cartesio – Triggiano

 Non voglio andare via. 

Mi guardo intorno. 

C’è gente ovunque. 

La musica è alta e il mio cuore sta per esplodere. 

C’è puzza di sudore, di alcol, ma anche odore di vita. 

Non voglio andare via. 

Ma spesso penso a quanto sarebbe più bello essere da sola. 

Mi guardo intorno. 

I muri della mia stanza sono più bianchi del solito. 

Da qualche tempo inizia a fare più freddo. 

Sento solo il rumore del vento che passa attraverso gli spifferi. 

L’odore di biscotti appena sfornati è inebriante, mi fa sentire a casa. 

Non voglio andare via. 

Ma spesso penso a quanto sarebbe più bello essere in compagnia. 

Martina Serio
Liceo Artistico Musicale Simone Durano – Brindisi

Let’s talk

“Oh ma ciao, bonjour, good evening, こんばんは (konbanwa).

Perché il muso lungo? Sembra tu abbia visto un fantasma, riprenditi, non c’è tempo da perdere, anche se dubito potresti accorgerti di un concetto di tempo nelle tue condizioni.

Andiamo, il gatto ti ha mangiato la lingua? Non aver paura, puoi parlare con me, dovresti ben sapere che a me fa un gran piacere, dopotutto è un mio dovere, il mio lavoro.

Come altro vorresti farti persuadere? Sdraiati e parla, io non sono un tipo che ti interromperebbe mai, né in realtà avrei le orecchie per ascoltarti o gli occhi per scrutare veramente in te.

Ricorda però della tariffa di 70 danari all’ora. Cominciamo, let’s chat.

Mentre guardi strabordante di paura lo psicologo senti queste parole provenienti dalla poltrona e vedi questa scena. Continui ad aver paura, forse per l’aspetto dello psicologo, forse stai solo dubitando di te. È veramente così? Possibile che lo psicologo sia questo ammasso di macabro squallore? Probabilmente la tua vista e il tuo udito continuano ad essere come sempre influenzate da quello stato d’animo, è colpa tua perché ti senti così, è tutta colpa tua, lo psicologo vuole solo aiutarti! Eppure come sempre tutti ai tuoi occhi non sono altro che già morti e questo qua ha pure un dente d’oro, dopotutto “vuole solo i miei soldi” era una delle scuse migliori che ti dicevi per non venire. Senti che la solitudine fa parte di te ormai, come un’ombra non può scomparire mai del tutto.

Però ti sdrai, racconti tutto e ti senti meglio. Ti dici che verrai la prossima volta, ne è valsa la pena.

Paolo Diacono
IISS Marconi-Hack Bari

La solitudine uccide
Serena Patruno
Liceo Artistico Stupor Mundi Federico II Corato

Sentirsi soli.

So bene cosa si prova quando ti senti solo, senza amici, non compreso dagli altri. Non hai nessuno con cui parlare o confidarti, hai solo te stesso. A volte è solo una brutta sensazione che si prova, ma in molti casi è la realtà.

Esistono vari tipi di amici e questo purtroppo io l’ho capito troppo tardi. Ci sono gli amici veri, quelli con cui ti diverti, ti confidi, che ti accettano per come sei e farebbero veramente di tutto per te, come tu per loro. Con loro non ti senti solo; quando sei in loro compagnia ti senti accettata e voluta bene. Poi, magari, ritorni a casa e ricominci a provare quella sensazione di vuoto, di solitudine, ma ripensi a loro e capisci di non essere solo. Poi ci sono gli amici che ti fanno divertire, non ti fanno sentire solo in quel momento, ma che in realtà non ci tengono veramente a te. Quando ritorni a casa e ripensi alla serata trascorsa con loro, capisci che effettivamente sei solo perché sai che su di loro non puoi contare.

So bene cosa si prova quando si è in un gruppo di amici ma comunque ci si sente soli: provi quel senso di vuoto che ti fa quasi estraniare dagli altri. Ti isoli dal gruppo e nessuno si accorge del tuo distacco. Forse le persone che come me a volte provano quel senso di solitudine hanno soltanto bisogno di qualcuno che dica loro:” Io ci sono e ci sarò per sempre nel momento del bisogno”.

Ogni volta penso e rifletto e arrivo sempre alla conclusione che sono io quella che c’è sempre per gli altri, che non fa sentire solo nessuno. Lo faccio perché so cosa si prova e non voglio che gli altri si trovino nella mia stessa situazione. Però, in tutto questo tempo, non c’è stata una sola persona che abbia fatto questo per me, nemmeno una volta. Ora come ora faccio fatica a credere che ci sia qualcuno come me, pronto e disposto a fare di tutto per chiunque.

Le persone, per quanto dicano di esserci sempre per te, ti fanno sentire più sola di quanto tu non lo sia già.

Giorgia Laricchia
Liceo Cartesio – Triggiano

La solitudine al confine dell’inclusione

Esiste un mondo intellegibile oltre quello che già conosciamo: il mondo delle ombre. Capita di caderci -dentro almeno una volta nella vita, purtroppo è inevitabile. Una ragazza sopravviveva  nel mondo delle ombre una volta . Non piangeva né rideva  per paura di essere giudicata. O almeno all’inizio era così. Poi una delle ombre le ha asportò come chirurgicamente la capacità di sentire o di  provare emozioni . Si reputava un guscio vuoto, insignificante, irremovibile. Era lontana da tutti e da tutto. Era sola. E lo era per scelta. La gente che voleva farle credere il contrario si sbagliava. Perché in fondo pensava che alla fine fossero  tutti soli, intrappolati nel corpo e nella mente, e qualsiasi compagnia trovasse nel mondo sensibile non era  che superficiale e passeggera. Le ombre che la circondavano la aiutarono a costruirsi un’armatura per difendersi dall’altro mondo. Un’armatura solida e inaccessibile, che le avrebbe alleviato il dolore ma che allo stesso tempo era così spessa da non farle percepire altro. L’armatura divenne una vera e proprio fortezza inespugnabile. C’è un problema però: ogni fortezza se troppo rigida si trasforma da ciò che protegge a ciò che imprigiona. Dopo secondi, minuti, ore, giorni, mesi e anni di completa apatia la ragazza si destò. Si sentiva soffocare e sopprimere da quella solitudine che aveva creato e con cui ormai conviveva. Aveva rimosso l’affetto dei propri cari, evitato la compagnia degli amici ed eliminato il ricordo della vera felicità. Comprese da un minuto all’altro di quanto tempo in realtà avesse perso ad abbattersi, a piangere, ad avere paura di vivere, ad avere paura delle persone … Ma non poteva rimanere per sempre nel mondo delle ombre. Era consapevole di quanto ormai si fossero consolidate le catene che portava in vita, ancorate a quella realtà. E Il dolore non l’avrebbe lasciata così facilmente come l’aveva trovata. Ma poteva farcela. Doveva farcela. Aveva perso tutto. E per assurdo, non avendo più niente da perdere, ora era più libera. Poteva rinascere una nuova lei. Non voleva più essere sola. Scoprì che odiava esserlo. Odiava anche essere ordinaria. Non voleva che la solitudine divenisse un riempitivo, un modo per passare il tempo in attesa della morte. La ragazza era pronta per slacciare il suo legame con quel mondo. Era pronta per iniziare ad amarsi e iniziare ad amare gli altri. La nostra intera esistenza si basa sulle emozioni e il rapporto che abbiamo con esse : gioia, rabbia, tristezza, paura…E non è certo provando a soffocarle che vivremo più felici. La solitudine può esser vista anche come il tentativo di reprimerle. Ma se da una parte può essere frustante e allarmante sentirsi soli, d’altra parte è fondamentale per riflettere e riscoprire se stessi. Soprattutto quando non ci si accetta o non ci sente accettati dalla società è importante mettere se stessi al primo posto e poi le opinioni degli altri. È per questo motivo che la solitudine può essere vista anche come un antidoto, la cura per un dolore, un rifugio. Ogni giorno probabilmente viviamo relazioni in cui l’uno spesso inconsapevolmente, esclude l’altro dal proprio raggio di interesse e di azione, dai propri sentimenti, mentre l’altro, l’escluso, vive il sentimento di esclusione dolorosamente. Ma esiste anche un’esclusione rispetto agli altri messa in atto dal singolo individuo, che si chiude a ogni relazione significativa con loro. Spesso, si esclude qualcuno dal proprio orizzonte di vita per paura, per comodità, perché si vuole mantenere una certa distanza o perché l’altro appare sprovvisto di quei requisiti ritenuti necessari per poterlo includere nelle proprie relazioni personali. Generalmente quindi, l’escluso appare come il “diverso”, colui che non è inquadrabile negli schemi abituali (basti pensare al racconto di Gregor Samsa, di Kafka, che da un giorno all’altro si ritrova trasformato in un insetto e si sentirà in seguito  respinto ed escluso dalla sua famiglia).

Ė bene dunque prendere coscienza che non siamo esseri sostanziali, fatti per noi stessi, ma che la nostra vita si gioca nelle relazioni e nei sentimenti che nascono in esse.

Lucia Petroni
Liceo Classico Flacco – Bari

LA PARTE LUCENTE DEL BUIO

La solitudine uccide (se vivi solo nella realtà) …

Un momento felice non sistema tutto il resto. Avrei potuto continuare a vivere, ma non sarebbe stato l’inizio di niente, non avrei voluto comunque nessuno che venisse a salvarmi. In quel momento ero solo io e la mia stanza nera.

Ti presento la mia compagna, si chiama “Depressione,” lei è sempre presente in ogni minimo istante delle mie giornate e, se mi dimentico di lei, egocentrica com’è, si fa notare. Ha una personalità decisa, sa sempre cosa vuole, infatti decide lei per me. Se per un attimo dovessi pensare, o vivere il mio momento felice, lei mi sussurrerebbe nell’orecchio: “non va tutto bene come vedi, perché è solo un sogno e tu non puoi vivere così.”

Immagina che nella tua mente ci sia una cella con tutti i tuoi ricordi più belli raffigurati in quadri attaccati ad una parete del colore che preferisci; pensa che ci siano le persone che più ami al mondo sedute una accanto all’altra che formano una circonferenza in cui tu sei il centro, seduto in mezzo a loro.

È tutto così perfetto vero?

Ad un tratto vedi le luci che si spengono e usi un accendino per illuminare e capire cosa stia succedendo, sei tranquillo va ancora tutto bene. Ora vedi uno specchio davanti a te e noti la tua immagine riflessa che fa tutto il contrario di quello che fai tu: tu sei tranquillo, lei è agitata, tu hai un’espressione semplicemente rilassata e lei è preoccupata, quasi terrorizzata; tu hai quell’accendino in mano, lei sta dando fuoco alla tua cella.

A quel punto vedi bruciare la gente che ti circonda mentre supplica aiuto con una voce stridula e struggente. Mano a mano che le fiamme aumentano, il suono si indebolisce e diventa rauca, la carta da parati è carbonizzata, e tu non puoi fare niente per aiutare nessuno. Subito perdi l’accesso ai tuoi ricordi, non puoi distrarti perché tutto intorno a te si sta sgretolando, ti senti in colpa perché sei stato tu a provocare questo e inizi a comportarti come il tuo riflesso. È finita.

Queste immagini che ti sei creato nella mente, si materializzano durante un attacco di panico in meno di tre secondi e, non avendo il tempo di metabolizzare, il fisico cede perdendo ogni contatto con la realtà, cadendo in uno stato di schizofrenia

Sono da sola, circondata da persone che non esistono, solo un vuoto in cui precipito eternamente in solitudine.

Considerata questa mia etica, posso parlarti della pratica.

È iniziato tutto nel momento in cui la mia vita ha subito uno strappo che, oltre ad essere il mio primo trauma, è stato del tutto inaspettato. È così… la mia più grande paura che si inserisce in una delle normali giornate quotidiane e si trasforma in una straziante realtà.

Lui era il mio punto fermo, l’essere vivente più puro e vero che potesse esserci in un pianeta pieno di cattiveria umana, un mondo che non meritava di averlo. Il mio primo pensiero allora fu: “io non c’ero”.

Dicono che non esista nessun tipo di stregoneria, quindi per spiegare che una persona cessa semplicemente di esistere da un momento all’altro, si dice che muoia

…ma quando sei circondato da amici, quasi non credi come e quanto possa essere devastante (solo se lo accetti).

Se sei come me, lo sai cosa vuol dire fare ogni giorno una lista della gente da scartare, perché pensi che non possa capirti, perché semplicemente è troppo felice per comprenderti, o per lo meno, non come lo fa qualcuno che ora non puoi avere. Non ho mai contemplato una soluzione, forse auto-convincendomi che non esiste. Tuttavia a volte uno spiraglio di luce mi ricorda che sono fortunata, posto che alcune persone che ho escluso dalla lista decidano di condividere con me la loro gioia di vivere.

Un sentimento compensa l’altro, non importa quale forma abbia, o a quale natura appartenga: quando riesci a gestire la tua salute mentale, la convivenza con la distruzione è meno difficile e non c’è nulla di più appagante.

Ti tornerà in mente quella cella, avrai paura… ma usa il tempo a tuo vantaggio riprendendoti indietro i tuoi tre secondi, perché ti spettano di diritto e ormai hai dalla tua parte un po’ di luce. Sii prudente se il tempo si accorge del tuo punto debole, sei morto.

Di nuovo: sei nella tua cella cercando conforto in qualcuno che ami, gli stai parlando…

…sto parlando con lui, sento la sua voce…ho avuto bisogno di quel suono per tutto il tempo in cui non ho potuto ascoltarlo.

Il tempo mi combatte e il mio riflesso inizia a resistermi con ossessione, nonostante tutta la forza che ci sto mettendo per impedirglielo. Mi accorgo che da sola non posso ottenere la potenza che mi serve, a questo non c’è soluzione, non alla morte.

In questo modo ne sono uscita illesa, come la gente che mi circonda, come ne è uscito lui.

Solo un istante prima della mia vittoria, l’ho sentito sussurrarmi una frase: “Non andrà meglio, però sarà più clemente”. Non ho combattuto da sola, il mio angelo ha provveduto a starmi accanto, come aveva fatto anche da vivo, prima che sparisse completamente dai miei occhi.

Una parte di lui ora è in quelle persone che hanno deciso di stravolgermi la vita soltanto esistendo.

Tutto quel dolore che provi avrà sempre un senso, ma se non lo trovi non avrai una motivazione per smentirlo. Alla base ci sei tu, scoprirai che c’è il male da prendere in considerazione, ma non da incanalare, vedrai la solitudine come un momento intimo tra te e quello che ti manca.

Me e lui per tutto il tempo di cui ho bisogno di tenerlo stretto al cuore.

Tornare alla realtà sarà la parte migliore per una volta, avrai avuto tutto.

Niente colpe, niente scrupoli, solo una lunga riflessione su quello che voglio ricordare.

Non sono sola, circondata da persone che esistono, nel mondo in cui voglio costruire il mio piccolo spazio creativo dedicato a chi ha scoperto il dono della resistenza.

Giulia D’Apolito
Liceo Artistico Musicale Simone Durano – Brindisi

“Puoi sentire il mio cuore?”

Atto primo: la scuola

“I’m scared to get close, and I hate being alone”
“Ho paura di avvicinarmi ed odio rimanere solo”

Può essere inferno e paradiso dipende dalle situazioni: in questo caso è un inferno.

Questo periodo di pandemia la ha allontanata da tutti. Ha già i suoi problemi, magari vuole studiare e fare i compiti ma appena inizia, trova qualsiasi modo per distrarsi, anche non volendo. È soprattutto in quei momenti che la solitudine l’assale.

Ci nascondiamo tutti dietro ad una videocamera e ad un microfono; lei, però, dietro a quel computer non dorme o sta alla Play come molti altri ragazzi, lei piange con i singhiozzi che le bloccano il respiro. Tutto questo mentre guarda il volto dei suoi compagni e le fa male vedere che tutti sono ignari di quello che le sta succedendo.

Lei vorrebbe che la vita fosse una riunione Meet: quando vuole; può spegnere tutto e abbassare il volume al minimo oppure potrebbe semplicemente uscire, ma sarebbe troppo facile così. Questa è la metafora della sua vita: ogni tanto vuole essere invisibile oppure abbandonare tutto e tutti, e l’unico modo per farlo sarebbe quello più veloce, ma lei è diversa.

Sì, ha già pensato più volte di fare quel passo in avanti, ma è sempre stata bloccata da qualcosa.

Ha immaginato di essere in una stanza buia, dove tutto è nero e sembra di stare nel vuoto, ma in lontananza si vede una porta con una piccola luce: questa porta è la morte.

Lei pensa che quella sia una via di fuga per trovare la pace, ma, appena sta per varcare la soglia, in lontananza appare un’altra porta: questa porta è la vita.

Presa dalla curiosità, si avvicina e la apre scoprendo un posto meraviglioso che illumina quello che sembrava il vuoto facendole vedere una grigia stanza. Scopre che l’altra porta era un semplice stanzino dipinto con vernice bianca. E all’inizio si convince che è normale, che tutti gli adolescenti hanno pensieri suicidi, che quei tagli sul polso non sono niente, che vomitare dopo aver mangiato non sia grave, si convince che è tutto nella norma, magari ci scherza anche su, ma quando la notte si addormenta tra i singhiozzi, in quel momento si rende davvero conto che in quello che fa non c’è nulla di normale.

Le poche volte in cui ha frequentato in presenza, lei si è sentita male più volte, non poteva più nascondere i suoi attacchi di panico davanti agli altri, quindi è solo potuta esplodere. Questo è un rimpianto che si porta dentro da quel giorno perché lei ha sempre voluto nascondere il suo dolore agli occhi degli altri, ed ora la sensazione che qualcuno la veda come una persona che ha bisogno di aiuto la fa impazzire.

Dopo quegli avvenimenti ha finto che fosse passato tutto per far credere ai compagni di stare benissimo o, per lo meno, che la situazione si fosse leggermente calmata. Ma la verità è che sta andando sempre peggio e lei vorrebbe solo che qualcuno si accorgesse di tutto ma senza farla sentire una persona che ha bisogno di aiuto. Per questa ragione she scared to get close and she hates being alone.

Atto secondo: gli amici

“I long for that feeling to not feel at all”
“Desidero la sensazione di non sentire niente affatto”

Di solito sono quelli che ti stanno accanto nei momenti più brutti, lei per fortuna ha abbastanza amici di quel tipo e con loro vorrebbe sfogarsi e dire tutta la verità, ma per colpa delle delusioni già vissute ha paura che anche loro la abbandonino come hanno fatto gli altri. Per colpa del virus non può né vederli e né abbracciarli: l’unico modo per avere dei contatti con loro è il cellulare quindi, quando sente la loro mancanza, basta chiamarli.

C’è una cosa che però non riesce a capire: perché nei momenti peggiori, quando ha bisogno di conforto, loro non rispondono mai. Crede che si tratti di coincidenze, ma dopo un po’ inizia a credere di esser presa in giro o, peggio, di rappresentare un fastidio per loro quando si comporta così.

Piano piano inizia a credere che qualsiasi cosa faccia sia fastidiosa, quindi evita di sfogarsi ogni volta. Evita anche di ridere, ma tante di quelle volte non ci riesce perché dentro di sé desidera trovare un modo per non pensare e allora, sembra un paradosso, lo fa forzandosi e non la smette più.

I suoi migliori amici conoscono una specie di frase in codice che lei pronuncia quando sta per esplodere: “rido per non piangere” e, poi, giù con le risate, molte delle volte false. Quanti dicono questa cosa con ironia?

Per lei non è così ed ogni volta che dalla sua bocca esce questa frase, nella sua mente esplodono mille emozioni. A causa della confusione decide di cancellarle tutte.

Negli ultimi tempi la paura sta sparendo, ma lei si vergogna comunque: si vergogna di aver mostrato la vera sé. Nonostante tutto she longs for that feeling to not feel at all.

Atto terzo: …e tu?

Puoi sentire il mio cuore?

Bring Me The Horizon – Can You Feel My Heart

Vanessa Iunco
Liceo Artistico Musicale Simone Durano – Brindisi 

La solitudine ai tempi dei meme
1^E
ITT Panetti – Pitagora – Bari
Chi siamo
Mattia Laterza
IISS Marconi-Hack Bari

Kuro

Kuro era un ragazzo, era diverso dagli altri o almeno così credevano le altre persone, odiava tutti, non gli importava della sua vita, tantomeno di quella degli altri, era sempre solo e quando stava con gli amici aveva sempre uno sguardo vuoto e assente, aveva una sola espressione, sembrava sempre stesse piangendo senza lacrime.

Oggi è il suo compleanno, compie sedici anni, non ha fatto nessuna festa, non è uscito con gli amici, a scuola nessuno gli ha fatto gli auguri e nonostante continui a pensare che non gli importi degli altri piange, piangeva dirotto; i suoi occhi si asciugano di tutte le lacrime, come il suo animo che si asciuga di tutte le emozioni; ormai si sente solo un guscio vuoto, va avanti per inerzia. Nei giorni seguenti nessuno pensa a lui o a cosa faccia, fin quando non incontra, per le scale della scuola, una ragazza; non è bellissima, non è loquace, ma a lui piace, decide di parlarci, di aprirsi per la prima volta con una persona.

Passano i mesi e i due si avvicinano sempre di più, Kuro incomincia a sorridere, comincia ad uscire e a frequentare gente nuova.

Kuro e la ragazza sono ormai inseparabili, ormai è chiaro che si amano, incominciano anche a fantasticare sul loro futuro assieme, pensano a come sarebbe stato sposarsi e avere bambini; escono ogni giorno insieme, studiano mentre erano in chiamata e si confessano i primi “ti amo” che seppure colmi di imbarazzo sono sinceri.

Un giorno a febbraio la ragazza gli dice improvvisamente che non vuole più frequentarlo, ha trovato qualcuno di meglio, qualcuno di superiore a lui.

Kuro nei giorni seguenti non accende il telefono, non va a scuola e non mangia nulla; il venti febbraio 2013Kuro viene ritrovato nella sua stanza, appeso al soffitto, senza vita.

I genitori trovano solo una lettera che recita:

“So che il suicidio non è l’idea migliore per voi, ma per me era l’unica soluzione; nella mia ho sempre vagato nel buio, quando ho visto una luce sono rimasto incantato, talmente tanto che quando se n’è andata non riuscivo più a vedere neanche il buio, tutto nero”.

Ed è così che la vita di Kuro si ferma per sempre all’età di sedici anni.

Michele Bitetto
IISS Marconi-Hack Bari

 La solitudine: una straordinaria forma di libertà.

Antonella scriveva “La solitudine uccide, ma quando sei circondato da amici quasi non credi come e quanto possa essere devastante”. In questa riflessione, però, inconsciamente sbagliava parlando di amici…gli amici non ti fanno sentire sola! Infatti, una delle frustrazioni più pressanti del nostro secolo è proprio quella di sentirsi soli in mezzo alla gente.

Se si considera che nell’adolescenza tutto è amplificato, l’amore, le amicizie, il voler bene, gli eventi negativi, le sensazioni, si può ben immaginare cosa potrebbe scaturire nella testa di una ragazza convinta di non essere accettata o semplicemente di non essere “idonea” nei suoi contesti o nella società, a causa di meccanismi perversi soliti e frequenti tra ragazzi e che portano inevitabilmente al parasuicidio o addirittura al suicidio.

Ma questo nemico silente chiamato solitudine si può rappresentare in tre categorie: quella che il soggetto si crea perché ha bisogno di rigenerarsi e meditare; la solitudine che gli viene imposta per colpa dell’ “inadeguatezza” riscontrata ed evidenziata meschinamente da qualcuno e quella che fortunatamente riconosce ma che per paura di esserne travolto, pur di non restare solo, prova a sconfiggere rifugiandosi in amicizie sbagliate. Sono amicizie sbagliate in quanto il soggetto incomincia ad accettare di tutto fino ad arrivare ad annullare la propria personalità per equipararsi ai pensieri e punti di vista altrui.

L’ultimo anno è stato, a livello sociale, il più devastate della storia… in un’era in cui tutto ruota intorno alla socializzazione, l’essere stati segregati ci ha completamente conformati e deviati sempre più verso quella virtuale. Oggi è diventato ormai indispensabile essere tutti connessi e informati, sicuramente sempre più stimolati ma essenzialmente sempre più soli. L’isolamento ha amplificato tutto: gli aspetti più nascosti del nostro carattere, le esigenze personali fondamentali, l’importanza o meno delle relazioni di qualsiasi natura, anche quella tra amanti, la necessità di condividere personalmente, o anche la semplice voglia di uscire a fare una passeggiata… ma l’uomo per natura è attratto dal proibito e più una cosa gli viene tolta più la desidera, mettendo in atto meccanismi di perversione che lo portano a comportamenti estremi come un animale in gabbia, con la differenza però che l’animale, il più delle volte, in gabbia ci è nato e non conosce la differenza con la libertà.

Così facendo, l’uomo si è incattivito bersagliando chiunque gli capiti a tiro e suddividendolo in due categorie: “l’indifeso”e il più “ambito”. L’indifeso è un campo fertile per l’uomo bullo che meschinamente e vigliaccamente pensa sia più appetibile in quanto contro costui “Tutto” è concesso poiché  incapace di imporsi o farsi semplicemente “sentire”; il più “ambito” invece esalta involontariamente l’insoddisfazione personale del gradasso, che è ormai la peculiarità per antonomasia del prototipo di bullo, che cerca in tutti i modi di denigrare i probabili usurpatori di una sua posizione potenzialmente conquistata, sperando pateticamente in un tornaconto personale.
Pertanto oggi è indispensabile che noi ragazzi abbiamo alle spalle una famiglia solida e presente che possa essere sempre di supporto, in qualsiasi situazione, lasciando a noi contemporaneamente, la libertà di scegliere in modo da rafforzarne la capacità di responsabilizzarci.


Inoltre, alcune “situazioni della vita” vanno enfatizzate, non quelle che gli altri vogliono appiccicarci addosso come una seconda pelle, ma quelle che valorizzano tutto ciò che si desidera in modo tale da poterne trarre l’essenza, perseguirla e realizzarla, sfruttando il lato positivo di un rintanamento nella solitudine perché è nella stessa, scevra da ogni sorta di condizionamento, che ognuno di noi può ritrovarsi e conoscere appieno se stesso. La solitudine non è una follia, è indispensabile per star bene con gli altri.


Per concludere questa galleria delle solitudini possibili, ricordo che se si è tristi quando si è da soli, probabilmente si è in cattiva compagnia, poiché siamo noi i primi nemici di noi stessi, vediamo la solitudine come un ostacolo, quando essa non è altro che un momento per conoscerci, è lo strumento che ci fornisce la chiave per la libertà.
Vasco Rossi canta: “La vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia” ; non ci facciamo ingannare dalla fugacità della vita, essa è come un giro sulle montagne russe con alti e bassi ed il perché avvenga questo giro non ci è dato sapere, è per questo che si parla di follia. E quindi come direbbe Steve Jobs “Stay foolish”.

Marisol Sgaramella
Liceo Fermi – Bari

Note di vita
Annachiara Gaglione
Liceo Artistico Musicale Simone Durano – Brindisi
Cellar door
Tristano Martinelli
Liceo Scientifico e Linguistico Tedone – Ruvo

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